Sempre drammatica la situazione dell’agricoltura siciliana, che pur annovera produzioni d’eccellenza e una dimensione economica che contribuisce al pil regionale più del turismo e pone l’Isola al secondo posto assoluto fra le regioni d’Italia e al primo posto mondiale per il rapporto fra territorio e superficie vitata.
Nonostante ciò, rappresenta ormai la regola che gli imprenditori agricoli siciliani siano oggi sull’orlo del fallimento.
La causa è da ricercare nelle trasformazioni epocali della politica internazionale - agricola in particolare - ma certamente anche nelle manovre delle multinazionali che non mancano di influire su una Ue che fino a questo momento ha fatto certamente all’agricoltura (come anche alla pesca) in Sicilia più male che bene. E nell’Ue su temi del genere i governi italiani che si sono succeduti hanno certamente trovato un osso duro, nonostante le battaglie condotte, che sono giunte agli onori della cronaca: qualche vittoria, ma tante sconfitte.
Per questo gli agricoltori siciliani, guidati dai loro rappresentanti, sono stati ricevuti all’hotel Astoria palace in un convegno che ha evidenziato i termini di un problema la cui soluzione è improcrastinabile. Il convegno, presentato e moderato dalla senatrice Simona Vicari, ha registrato la partecipazione del presidente della commissione agricoltura del senato Paolo Scarpa Bonazza, del presidente della Commissione attività produttive dell'Ars, Salvino Caputo, dell'europarlamentare Giovanni La Via, dell'Assessore regionale alle politiche agricole Titti Bufardeci.
Per capirne il senso chiariamo alcuni particolari non noti a tutti come lo sono, invece, agli addetti ai lavori. E’ ancor più noto come l’attuale politica internazionale e l’Europa in particolare vietino ogni forma di protezionismo. Per il resto, vale fra tutti l’esempio del grano: quello siciliano ha un costo di produzione attorno ai 20 euro, quello della Bielorussia giunge fino in Sicilia circa a 7 euro. Il prodotto siciliano è sicuramente migliore per gusto e qualità gastronomiche, ma si trova ugualmente al tappeto sul mercato. Differente costo della mano d’opera, probabile utilizzo di tecniche ogm e altro ancora influiscono sulla differenza. Ma c’è di più: all’analisi di laboratorio risulta inequivocabilmente che il grano d’importazione contiene il doppio del numero di microtossine di quello siciliano (e pugliese). Per inciso, ricordiamo il problema del vino che soffre dell’apertura dell’Ue allo zuccheraggio. Tutto insomma nuoce alla qualità dei prodotti agricoli d’importazione.
Il problema, a questo punto, si sdoppia in due: riduzione dei costi di produzione e reperimento di nuovo mercato. Emerge subito che sulla prima voce potrebbe essere determinante (come per la pesca) la riduzione del costo del gasolio agricolo, il cui prezzo è andato crescendo negli ultimi 10 anni. Sul secondo punto la strada percorribile è quella della riconoscibilità, non solo del prodotto italiano, ma soprattutto di quello straniero. Quindi, tracciabilità. Le migliori marche italiane di pasta, ad esempio, oggi utilizzano grano straniero, ma ciò non risulta dalla confezione.
Al riguardo scatta anche il problema dei controlli. Perché qui si giunge al colmo: da sempre i controlli sono severissimi in Italia con le aziende nazionali, e avvengono alla base, mentre fino ad oggi rimangono quasi nulli, (e a campione) sui prodotti di provenienza estera. Il problema riguarda tutta l’Italia, ma a soffrirne di più sono ovviamente le regioni in cui l’agroalimentare è maggiormente presente e importante. Per il meridione, inoltre, si sommano anche i danni delle storiche gelosie delle regioni del nord, i cui interessi in molti casi si avvicinano a quelli stranieri.
“La crisi dell’agricoltura in Sicilia – ci fa notare Giuseppe D’Angelo, coordinatore dei Csa (Comitati spontanei per l’agricoltura) – diviene un problema sociale di enorme portata”. Tale, insomma, da creare una frattura con tradizioni personali, familiari e con le stesse radici del nostro popolo, dilaniando un settore che per altri versi rappresenta un sicuro vanto della Sicilia, della operosità e delle tecniche elaborate in loco. Tanto, che a partire dal tormentato settore granario e cerealicolo, il know how siciliano, elaborato su terre povere di acqua, viene richiesto dai paesi emergenti dell’area mediterranea e del mar rosso.
Il debito con le banche rimane infine l’immediato problema delle aziende in questo momento. Gli agricoltori chiedono per la restituzione una moratoria immediata di almeno due anni.
Un preciso impegno ha concluso i lavori del convegno: i rappresentanti degli agricoltori siciliani saranno convocati, in audizione dalla commissione agricoltura del Senato, subito dopo la Pasqua. E' stato assunto personalmente dal presidente della commissione Agricoltura del senato, Paolo Scarpa Bonazza, al termine dei lavori.
Anche Titti Bufardeci, nuovo assessore competente in Agricoltura, dopo l'attesa ridistribuzione dei dipartimenti, si è dalla sua parte impegnato a promettere concreti interventi da parte della Regione. Dovrà sopperire al breack creato dal suo predecessore Cimino, rivelatosi, com'è noto, decisamente fuori mestiere.
Dopo gli interventi di La Via e Caputo, due personaggi, al contrario, decisamente vocati al settore, la senatrice Vicari ha illustrato tre proposte di cui si sta facendo carico il Pdl: un intervento fiscale di tipo orizzontale attraverso la detassazione dell'intero comparto agricolo, la garanzia dello Stato con le banche per le fidejussioni bancarie delle imprese, "questo sulla scorta di quanto sta facendo il governo francese" e alcuni interventi di natura legislativa a costo zero come la tracciabilità. "Il senato – ha sottolineato Vicari – ha già approvato, all'unanimità, un disegno di legge sulla tracciabilità e sui controlli nel settore alimentare, proposto da Scarpa, che è adesso al vaglio della Camera".
La parlamentare ha inoltre "esortato il governo regionale ad accelerare la spesa per raggiungere gli obiettivi del programma di sviluppo rurale".
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