Fulvio Franco e Santo Stefano di Camastra fra i simboli

Des Cartes un testo critico di Aurelio Pes
di Aurelio Pes
Fulvio Franco e Santo Stefano di Camastra fra i simboli

La maturazione artistica di Fulvio Franco prende aere, in modo affascinante e inusuale, da una attenta ricognizione dell’originario progetto urbanistico di Santo Stefano, ideato da Giuseppe Lanza duca di Camastra e da Carlos de Gruneberg, ingegnere militare e dal 1683 comandante della piazzaforte di Siracusa. Il duca di Camastra è peraltro colui che dieci anni dopo presiederà alla mirabolante riedificazione della Val di Noto, insieme a Catania, appena distrutta da un sisma devastante. Qui, raccogliendo stilemi di varie etnie, misure francesi si coniugano alla monumentalità del Barocco romano, mentre dai prospetti dei palazzi, il gusto delle chinoiseries si avvicenda agli ornati delle mensole in forma di cavalli alati, leoni, figure umane e grottesche “che starebbero a pennello come doccioni sulla facciata di una chiesa tardogotica” (Anthony Blunt). Si viene in tal modo a evidenziare un impianto urbanistico di prorompente visionarietà che, muovendo oltre l’atmosfera claustrale della città antica, riesce a schiudersi a una ben più vasta e cosmopolita ecuméne. E ciò allo stesso modo di Santo Stefano di Camastra, anch’essa nata dal ferreo intento di progettare una città a incrocio, strutturazione che ha il pregio di porre il paese “in bell’ordine, con porte che si guardano da oriente e da occidente, con rette vie e piazza ampia nel suo mezzo” (Vito D’Amico); ma che poi non incidentalmente continua a perseguire quel concetto di “politeia” già elaborato da Platone, termine per noi traducibile come costituzione fondativa dell’intera comunità, oltre a quello di “eutomìa”, cui allude Aristotele, che consiste invece nella equa ripartizione del territorio, a vantaggio dei cittadini responsabili dinanzi alla Legge.

E a ben guardare, anche la Croce che presidia Santo Stefano tenderà, in parallelo con questi canoni classici, e dunque ben oltre la confessionalità d’appartenenza, a qualificarsi come imperiosa sintesi dei quattro elementi (acqua aria terra fuoco), e dei quattro punti cardinali (nord sud est ovest), inscritti nel cerchio che ha il suo epicentro negli assi ortogonali dei legni d’espiazione e di rinascita della Croce di Cristo. Così concepita, la città diviene allora luogo salvifico per tutti gli esseri, animati e inanimati, che la popolano e fecondano. Verità, questa, ben intuita dal protomedico Ippocrate, che d’ogni città tendeva anzitutto a studiare il suo assestarsi rispetto ai venti e al sorgere del sole; la sua esposizione a levante o a ponente, a settentrione o a mezzogiorno; le sorgenti che la attraversano, se stagnanti o molli, oppure ricche di sali e difficilmente digeribili. Allo stesso modo egli analizzava il terreno, compartendolo in arido e lussureggiante, infossato e afoso, elevato e freddo. Mentre dei cittadini valutava l’attitudine al bere e al mangiare, la pigrizia e il movimento, da tutti questi dati ricavando per deduzione notizie sulle malattie endemiche e intestinali e sull’andamento generale dell’anno per i cittadini. Anche Fulvio Franco, nel ripercorrere l’intersecarsi di strade in progress che formano la sua città; e quel loro esporsi ai flussi positivi e negativi,pone diktat, divieti, interdizioni che ci permettono di affrontare nuovi percorsi e di evitare quelli perigliosi. Questa città, infatti, pur nata dagli assi razionali della Croce, mantiene tuttavia i suoi anditi nascosti, i suoi segreti, le sue trappole mortali, come già rilevava Descartes in quel passo mirabile che dice :”Come gli attori, quando li si chiama, indossano una maschera, affinché sul loro volto non appaia il rossore delle emozioni, così anch’io, nel punto d’apparire sul teatro del mondo, avanzo mascherato”. Condizione questa essenziale per tutti coloro che nel caos oscuro del sapere hanno percepito non so quale luce, con l’aiuto della quale ritengono di poter dissipare le tenebre più profonde. Condizione, ancora, che Fulvio Franco cataloga, in un suo saggio, come “allucinismo”, categoria filosofica che secondo lui persegue in ogni atto della vita lo splendore dell’essere,in questo allo stesso modo di Gainsborough, grande pittore inglese, il quale con pietre, un po’ di muschio, qualche filo d’erba e alcuni pezzi di legno, sapeva evocare un maestoso paesaggio; o di Adalbert Stifter che, stanco di scrivere, durante le passeggiate raccoglieva sassi scelti a seconda della singolarità delle forme e dei colori, li collocava poi in una bacinella, dove la serva, versando acqua li agitava, in modo che assumessero la disposizione sperata. O seguendo infine le tecniche, definite appunto allucinatorie, da Leonardo da Vinci e dai cinesi, che avevano lo scopo precipuo di stimolare, oltre la percezione realistica, il puro evidenziarsi delle cose. Stato fluttuante che prelude alle scoperte e agli incontri più desueti, come quelli che nascono dalle impronte antropoidi cristallizzate su una lastra di marmo da Franco dissepolta a Custonaci, e che, secondo stime presumibili, risalgono a novanta milioni di anni prima della nascita di Cristo. Epifania che potrebbe contraddire, se verificata, le teorie scientifiche concernenti il primo insorgere della vita sulla terra, e dà senso a quel pensiero di Thomas Mann, per il quale “ quanto più si scavi nel sotterraneo mondo del passato, quanto più profondamente si penetri e indaghi, tanto più i primordi dell’umano, della sua storia, della sua civiltà, si rivelano del tutto insondabili e, pur facendo discendere a profondità favolose lo scandaglio, via via sempre più retrocedono verso abissi senza fondo.” Sorgono allora punti d’arrivo illusori, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove percorrenze del passato, come succede a chi, camminando sulla riva del mare, non trova mai termine al suo incedere, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune.

Si ritorni così per un istante, con la forza evocativa dell’immaginazione, all’immensa quantità di materia d’ogni specie un tempo trasportata dalle acque; o ai sedimenti di natura diversa, per comprendere quante volte, in seguito a queste rivoluzioni, sia cambiato il primo volto della terra. Ed è a causa di questo continuo modificarsi, che nelle argille si fissano, come in una delicata lastra incisa, resti di crostacei, punte di echìni, vertebre di stelle; e nelle ardesie, integre impronte di piante e pesci di diversa grandezza, mentre nelle miniere di carbon fossile, l’intera massa appare composta da detriti vegetali. Sono questi, con le inquitanti immagini dell’antropoide, i monumenti insigni della natura vivente e le più arcaiche produzioni del mare, del cielo e della terra di cui la mostra di Fulvio Franco è testimone.

 

Un’intrapresa così articolata, fuori cioè dai confini banalmente identificabili dell’avanguardia o della retroguardia, della creazione pura o del ductus artigianale, richiedeva una mise én scene che risultasse in qualche modo pari alla sua indecifrabilità. I luoghi araldici del Palazzo Reale di Palermo, dalle profondità delle Segrete alla Sala Montalto in piena luce, per loro stessa natura consentivano di rielaborare l’antico mito della distruzione e della ricreazione periodica dei mondi, che costituiscono poi la formula cosmologica dell’eterno ritorno. Il quale attesta che ogni crepuscolo non è mai definitivo, avendo sempre il suo naturale seguito nella creazione d’una vita nuova e rigenerata. Da ciò, tutti quei suoni che accompagnano il nostro pellegrinare dal basso verso l’alto, che sono poi i rumori primordiali d’un vulcano in eruzione, misti alle voci creaturali dei fanciulli biblici nella fornace ardente e agli accordi per elicotteri e violini di Karlheinz Stockhausen, o ai Mantra indiani e persino, malherianamente, ai suoni e alle voci quotidiani, che ci donano il senso del nostro sostare nel mondo, senza però attribuire a tale permanenza un valore assoluto, contando di più, dice Platone, la preesistenza della nostra anima profonda nell’universo atemporale delle idee. Fondamentale per questa occasione, il rapporto che ho avuto la fortuna di intessere con Beniamino Priolisi, musicista e compositore, capace di elaborare in partitura la singolarità di tutte queste intenzioni. Cui si aggiungono le ceramiche bianche che scandiscono gli spazi, evocando animulae vegetali simili a quelle incise nelle pietre paleolitiche; le ceramiche nere che alludono ai tramonti immemori ali, con quei loro gialli che cangiano in oro; l’intersecarsi infine delle strade nel quale prende corpo il labirinto della nostra esistenza, alla riscoperta della propria ierofania nel colore, nella pietra, negli alberi e nei suoni, mediante i quali l’universo torna a popolarsi d’un numero indefinito di anime. E questo in conformità con l’arcaica dottrina che afferma:” Se la terra è una madre viva e feconda, allora anche quello che produce è organico e animato: non soltanto gli uomini, dunque, ma insieme con loro le piante, le acque, le pietre e gli animali”.

 

Sun, 2009-11-15 12:52
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