Caro Fabio, come volevasi dimostrare. Chi scrive queste righe ha sempre sostenuto Simplicio a spada tratta, pubblicando foto su foto ed esprimendo il pieno consenso a questo giocatore. Come calciatore e come persona. Sensibile, educato, un fuoriclasse, un gran signore.
Il pubblico becero di Palermo non si smentisce. Poco capisce di pallone, tanto di cortile, pochissimo di cultura sportiva, ancor meno di cultura in genere. Chi scrive queste righe è noto per non vantarsi. Ma questa volta trasgredisce.
Forse, infatti, non è un caso che io si cresciuto nello sport e per lo sport, abitando a piazza Leoni sin dal 1952. Dico a piazza Leoni, perché dello stadio della Favorita e, poi, delle Palme conoscevo vita morte e miracoli. Ma ancor più non è un caso che provengo da due famiglie di veri sportivi. Voglio dire atleti, praticanti, campioni. Del tipo homo currens, non già del tipo homo sedens. Perché lo sport si può onorare dalla tribuna e spesso c’è chi vi riesce, ma ben altro è onorarlo gareggiando, concorrendo, perdendo, vincendo… Se mi chiedono cosa insegni lo sport, rispondo: “a perdere”. Nella corsa, come nella vela uno vince e cento avversari …perdono.
Caro Simplicio, sono costretto a dire tante cose, sol perché viene da vomitare a constatare l’incompetenza, la malvagità, l’invidia della gente. Forse non è un caso che io che scrivo oggi queste righe, dai 21 ai 23 anni circa, scrivevo un articolo al giorno (o quasi) sul Corriere dello Sport assieme a Salvatore Geraci. Facendo, come si dice in gergo, gli spogliatoi, le interviste dirette, vivendo ai bordi del campo. Ho certamente acquisito una padronanza nel giudicare partite e atleti. Il tutto supportato dal fatto che giocavo a Pallavolo (ho giocato anche con Zeman) fino alla C. Giungevamo, con Rocca e Rino Cacioppo (fu lui a farmi scrivere), regolarmente nei primi tre posti ai tricolori giovanili di volley, inserendoci fra le giovanili di serie A.
Ma, al contempo, ero il più veloce della città e dell’isola sugli 80 e sui 100 metri in campo giovanile. Poi corsi fino ali 800, sempre in meno di 2’, trascurando ovviamente il volley. Sono un buon nuotatore e, da militare, fui anche il più veloce ufficiale d’Italia sui 1000 metri piani. Ero un Bersagliere e stabilii il record del percorso di guerra Nato di Orvieto, partecipai ai mondali militari di pentathlon (militare), ma fui sfortunato, perché nelle selezioni a tempo piovve mentre correvo. Avrei potuto vincere.
Tornando al Calcio, mancano molti anni al mio carnet, perchè, una volta fatto parte della famiglia, saltai a piè pari il Palermo per un bel po’. Per questo, fedele alla modestia che in queste righe tradisco, parlo poco di pallone. Sbaglio.
Ai tempi, infatti, sedevo vicino alla panchina e chiacchieravo con due persone come Cestmir Vicpaleck e Carmelo Di Bella. Poiché, come poi avvenne nella vela, avevo “la modestia di imparare”, qualcosa mi insegnavano, mi facevano notare… Lo stesso faceva Geraci e anche Mario Giordano del Giornale di Sicilia. Caddi dalle nuvole quando mi disse che Giubertoni era il più prezioso giocatore del Palermo. Imparai a guardare oltre i gol, oltre alle acrobazie e a certe evidenze…
Colgo l’occasione per precisare che tante cose cambiano nello sport, che cresce sul piano tecnico, ma – così come nel vino – è errato credere che sia cambiata l’indole della materia.
Tutto questo scriviamo per riaffermare le piena fiducia a Fabio Simplicio, giocatore di gran classe, autore sempre di gol “pesanti”, di passaggi decisivi nei momenti più difficili. Ma contro l’ottusagine della tifoseria da strada non c’è rimedio. Quando un “opinion leader” da caffé si lega al dito un giocatore, non c’è verso. E per questo mi scuso con Fabio Simplicio a nome di Palermo.
Fabio ha professato amore per la città, come tanti suoi predecessori, ma la tifoseria nel suo insieme non lo merita. Vorrebbe restare a vivere per sempre all’ombra del Pellegrino e ad indurlo a fare i propri interessi, trasferendosi a Roma o a Milano è il suo procuratore. Ma Simplicio avrebbe tutti i motivi per farlo. Dopo gli insulti ricevuti. Simili a quelli di Caracciolo (o quasi) che, come notammo nei giorni scorsi, si dà il caso sia capo cannoniere in serie B. Quindi, neanche lui era da buttare.
Adesso un aneddoto in cui c’entra nientemeno che Cuffaro. Sì Totò, u zù vasavasa. Cuffaro è un uomo di rara sensibilità. Quando, dopo mille vicissitudini Caracciolo tornò al gol, la prima cosa che mi disse fu questa: “…u viristi ca ddù piccioto signò arrieri”. E c’era, nel tono di Cuffaro, un senso di liberazione. La liberazione da un incubo sportivo, dalla pena per un giocatore cui negavano il rigore, prendeva un palo, veniva poi espulso. Infine, ingiustamente fischiato dagli spalti della Favorita e chiamato Turacciolo. Non c’è peggior insulto di aver storpiato il cognome della propria famiglia.
Il perché di tanta acrimonia anche contro Simplicio è ignoto. Tutti i centrocampisti, vedi Riviera, Antognoni, Mazzola, Corso etc avevano decine di minuti in cui non facevano alcuna “figura”, sbagliavano i passaggi, facevano venire il latte alle ginocchia, mentre cercavano l’ispirazione o erano comunque in calo...
Simplicio non è un regista puro. E’ un’ ottima mezzala, si sarebbe detto un tempo: a volte costruisce, spesso rifinisce, talvolta segna lui stesso, persino di testa. Il che la dice lunga sul suo senso della posizione.
Ebbene, il Brasile se ne accorge e medita di poterlo inserire nella squadra carioca. I maggiori club d’Italia lo richiedono. Ma nulla smuove i suoi denigratori. Che se la prendono anche con il suo pseudo tradimento. Si arriva a dire: visto che se ne deve andare non utilizziamolo più sin d’ora per tutto l’anno. Ovvio autolesionismo. Su una delle pennellate di Miccoli, Simplicio è là a pennellare la palla, a sua volta, dentro la porta. Non tira alto, non tira fuori. Tira all'incrocio dei pali. E' gol. E' la vittoria di questo grande Palermo dell'era Zamparini e anche dei liberali al governo della cità.
Caro Fabio, sei stato un angelo a piangere dopo il gol. Come sempre. Non sei di quelli che fanno il giro del campo a sbeffeggiare i tifosi, indirizzando loro, magari, il famoso – volgare per quanto sia – segno col braccio: lo avrebbero meritato.
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