Era una sfida fondamentale. Assolutamente. Lo aveva detto Liverani, lo aveva gridato il mister e gli aveva fatto eco il presidente durante la settimana. La partita di oggi aveva tutte le credenziali di tappa fondamentale. Non era facile ripetersi dopo aver passeggiato sulle teste dei bianconeri a Torino appena sette giorni fa. Gli effluvi di vittoria, specialmente contro le grandi, hanno avuto spesso effetto boomerang in passato. Ma il Palermo quest’anno oltre il cuore ha anche la testa, come alle telecamere ribadisce tronfio Delio Rossi. Il Palermo ancora una volta, l’ottava consecutiva, incassa l’intera posta dal Barbera e fa tris di vittorie consecutive dopo Lazio e Juve.
I rosa superano in volata il Livorno. E anche se stessi. Cuore oltre l’ostacolo e ruggito dall’inizio fino alla fine. 1-0 all’81’ dopo un assedio durato altrettanti minuti, in una grandissima gara dagli alti toni agonistici. Vuoi per la malasorte, vuoi per i dieci difensori eretti da Cosmi in fase difensiva, vuoi per la grandissima prestazione dell’ex Rubinho (dente avvelenato per lui) che ha parato pure le mosche, i rosa hanno dovuto tribolare fino alla fine per avere ragione dei toscani.
Non era facile, è vero. Nemmeno i più scettici avrebbero previsto una tale sofferenza in campo. Ma tant’è. L’errore sotto la porta spalancata di Goian a 1,5 cm di distanza dalla linea di porta è sintomatico. Ci vuole un altro dipinto di Fabrizio Miccoli per mandare ko la difesa più numerosa che si sia mai vista al Barbera. Il suo joystick a forma di piede era in stand-by da molti minuti ormai. “Sono troppi”, avrà pensato il bomber “nanetto”. E all’81’ testa e cuore del salentino decidono che è arrivato il momento di firmare il quadro d’autore. Calibrazione di potenza coscia, di giro d’effetto piede, mira all’angolino sinistro basso e gittata millesimale. Gol e stadio in osanna ancora una volta verso il cannoniere tascabile. Una liberazione.
Per quasi tutta la gara il buon Serse avrà simpaticamente sussurrato alla sua panchina col suo vocione roco “io da qui un punto me lo sgraffigno”. Ma di certo, però, né avrà letto sui giornali che l’ultimo pareggio è datato 1934 e che quindi sarebbe stato peccato azzerare questa enorme cifra, e né forse avrà messo in conto la “mattonella” micidiale di Miccoli, quella zolla, ossia, da cui difficilmente il capitano sbaglia bersaglio.
Vogliamo trovare per forza un pelo nell’uovo? E sia. Rispetto alla gara di Torino un piccolo calo di concentrazione e di difficoltà a finalizzare, dovuti sicuramente anche alla mancanza di un intenditore come Migliaccio e di un pendolino destro come Cassani, c’è stata. Ma parliamo di poca roba, considerando che a Torino si è quasi sfiorato l’optimum. Per il resto sicuramente conferme, tanto cuore e, tassello fondamentale di questa bella stagione, una testa che calcola e che razionalmente analizza e conteggia.
«Il calcio non è come il ciclismo», sentenzia Delio, «nelle due ruote ci sono i traguardi di tappa, qui no». Leggasi: tenere i piedi per terra. E già, perché tra due giornate in casa ci sarà l’Inter ed in mezzo una trasferta ad Udine per niente bazzecola. Ma la Juventus - viva Dio – è ancora a guardarci le spalle e non facciamo peccato se, sognando ancora, la pensiamo forse un po’ presuntuosamente alla Fabrizio Miccoli: oggi la musichetta che suona “de ceeempiooons” ha il volume un po’ più alto che la settimana scorsa. Mentre sulla tavola dei due piccioncini, Rossi e Zamparini, un ottimo Barbera d’annata innaffia piacevolmente i successi dei rosa.
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