La fine di Blue Boats

Il cantiere modello ai vertici Ue occupava già oltre 150 dipendenti
di Germano Scargiali
La fine di Blue Boats

 Il progetto era di realizzare una grande azienda nella zona Asi di Palermo. Una fabbrica, per l’esattezza. Ma era solo un sogno.

Già realizzato quasi al 100%, il “cantiere” Blue boats occupava nella zona di Termini Imerese ben 152 dipendenti, alcuni “locali” altri detentori di know how particolari provenienti dal “Continente”, poco più di quelli che oggi sono in cassa integrazione, aspettando giorni migliori.

L’idea applicata alla produzione, la scelta di settore era la conseguenza di passione, ma anche di studi di marketing, di intuito imprenditoriale ed altro ancora: in tempi di crisi, dedichiamoci ad un settore che conosce crisi. E’ quello dei super ricchi. Una “colpa” di Blue boats agli occhi di qualcuno può essere stata anche questa. Cioè di contribuire in modo decisivo alla produzione di mega yacht per nababbi, sceicchi, Paperon de Paperoni e Rocker Duck.

“Così non rimarremo mai senza commesse”, si diceva alla Blue Boats. E lo diceva soprattutto Roberto Grippi, il vero ideatore di tutto. Sotto traccia, dietro un pool di imprenditori, una serie di progettisti, la vera anima e le vera mente di Blue boats. Quello che oggi paga “giustamente” per tutti. Se le cose fossero andate bene il premio sarebbe stato diluito fra molti. Sia quello morale che quello materiale. Anche perché era lui stesso, il Grippi, ad attribuire ad altri l’idea tecnica e organizzativa interna di singole macchine, interi apparati, tutta l’azienda. Attribuire ad altri il frutto delle idee di uno era uno dei vari modi per moltiplicare le spese. Perché la quota approntata dagli imprenditori avrebbe dovuto essere superiore a quella richiesta e ottenuta dall’Italia e dall’Europa, interessatissime a che nuove industrie, nuove aziende si mettessero all’opera, impegnando nuova manodopera, creando nuovo valore aggiunto, pagando nuove cifre all’erario sotto forma di imposte e tasse…

Ma un giorno, come diceva De André, arrivarono 4 gendarmi, con i pennacchi e con le armi. La volontà dei promotori e della Blue Boats era di divenire una grande industria, una buona industria, di crescere, sopravvivere, ampliarsi, creare lavoro e sviluppo. Non già quella di intascare i soldi della sovra fatturazione di certi acquisti, resasi questione di vita o di morte per adire ai finanziamenti. Ed erano già arrivate le attese commesse da parte di grandi cantieri di nome internazionale (l’Italia è la leader mondiale del settore) per la fornitura da terzisti di scafi da diporto in vari stadi di lavorazione e finitura. Mentre altre ancora ne sarebbero pervenute al più presto. Il problema era di sopravvivere a quello stato di apnea che non vedeva sforare la linea del diagramma dei costi di avviamento da parte di quello delle entrate.

E’ vero che, se la proprieté c’est le vol, cioè la proprietà è il furto (secondo il citato Prudhom) e se alla base di ogni grande successo economico c’è un crimine (per lo più economico), Blue Boats non si sottraeva alla regola.

Da qui a chiudere i battenti e lasciare di “cani e d’augelli orrido pasto”, cioè di vandali e ladri quanto era in cantiere, ne corre.

Perchè questo, affermiamo noi, rischia di succedere e sta già avvenendo, anzi è già avvenuto in buona parte.

Tutto nell’attesa che un amministratore pubblico, non competente, ma desideroso di far tornare tutto alla mera legalità apra e chiuda Blue Boats e quell’area in cui sorgeva il cantiere torni a rappresentare l’immagine della regola mediamente presente all’Asi di Palermo: la desolazione.

Perché alla domanda posta nella sede della libreria Mondadori di Palermo, quando quest’inverno si parlò di eventuale crescita della città i palermitani risposero alla domanda: “che industrie vi sono a Palermo?” con la seguente risposta, pur sostanzialmente falsa e tendenziosa, ma al contempo significativa: “nessuna”.

 Germano Scargiali

Fri, 2010-09-03 08:24
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