“Non so come ho fatto a tornare vivo dall’Albania – esordisce Ambrogio Guarneri, intervistato da Palermoparla – la mia è stata un’odissea, un’esperienza talmente atroce che non è facile da raccontare:”
Le sue parole ci stupiscono. Non abbiamo mai sentito parlare di questi fatti…
“Già, purtroppo in Italia si è occultato tutto. C’era chi sapeva, ma la cortina del silenzio ha impedito, si può dire fino ad oggi, che se ne parlasse”.
Quando ha inizio la sua vicenda?
“Mio padre lavorava in Albania fin da prima che scoppiasse la guerra. Lavorava per l’Agip. Il conflitto mondiale ne avrebbe sconvolto l’esistenza. Nel ‘44 gli italiani furono arrestati, gli fu tolto tutto, sequestrato tutto, non solo, furono anche condotti a lavorare nei campi di concentramento”.
Chi era allora al potere in Albania?
“Il dittatore Enver Hoxha, che rimase al potere per 40 anni, fino al 1989. Il governo albanese è stato il peggiore fra tutti i regimi dell’est europeo e le condizioni di vita degli albanesi furono durissime. Immaginatevi come dovette essere il trattamento riservato agli italiani nei campi di concentramento. Sono stato internato per 35 anni e solo alla caduta del regime riuscii a tornare in Italia”.
Ma i governi italiani non si adoperarono in nessun modo per aiutare gli italiani rimasti in Albania?
“E’ questa forse la vergogna maggiore dei vari governi che si sono succeduti fino alla caduta del comunismo in Albania. Nel ’45 fu stipulato un accordo dal governo italiano del tempo, un accordo in base al quale agli italiani era permesso di tornare in patria, portando con sé anche tutti i propri averi. Sarebbero rimasti, invece, in Albania solo coloro i quali dovevano ricostruire il paese, ma in ogni caso avrebbero avuto diritto a un contratto regolare di lavoro e ad una retribuzione. Tale accordo, però, non fu rispettato. Gli italiani rimasero in Albania, gli fu confiscato tutto e furono ridotti in schiavitù”.
Quali furono dunque le loro condizioni di vita?
“Terribili. Mio padre fu condannato a 101 anni di carcere senza aver fatto nulla di male, ma solo perché era italiano. Ne scontò nove e mezzo, poi gli dissero che poteva tornare in Italia con la moglie, ma al momento di salire sulla nave, mia madre che era incinta di me, fu bloccata e le dissero che sarebbe partita in seguito. Non fu così. Mia madre non tornò mai in Italia, io nacqui nel campo di concentramento e quando finalmente potei raggiungere l’Italia, nel 1989, andai a cercare mio padre, ma seppi che era morto nel 1968”.
E in tutto questo tempo non vi siete mai scritti, mandati dei messaggi?
“Non abbiamo saputo più nulla. Ci era impossibile comunicare e quando ci abbiamo provato non ci siamo riusciti. Mia madre lavorava nei campi e io crescevo nel campo di concentramento.”
Com’è stata la sua vita in tutti quei lunghi anni?
“Posso dire soltanto che tutto quello che si è detto e visto sui lager tedeschi non differisce minimamente da quel che ho visto e sperimentato io personalmente. Si poteva essere uccisi per niente, anche solo usati come tiro al bersaglio per gioco. Venivamo torturati regolarmente, a questo scopo venivano usate manette, fili di ferro fino a che il ferro entrava nella carne. Utilizzavano persino pezzetti di legno sotto le unghia. Spesso ho pensato che sarei morto, che non ce l’avrei fatta. Tornare in Italia era un sogno, una speranza, il mio amore per l’Italia è enorme, infinito. Non potevamo stringere amicizie, non potevamo neanche pregare”.
C’erano altri bambini?
“Potevo stare con gli altri internati italiani, ma non con gli albanesi. Inoltre, ci trasferivano spesso da un campo all’altro per evitare che si creassero dei rapporti tra noi e gli albanesi. I bambini albanesi ci insultavano regolarmente, ci dicevano: sporco italiano, nemico, fascista”.
Com’è oggi la sua vita?
“Oggi ho una moglie, un figlio, un lavoro. Ma voglio che tutti sappiano, non mi stancherò mai di girare e di parlare perché tutti sappiano in quale inferno ci è toccato di vivere e non si continui a far violenza alla storia, negando e nascondendo questa tragedia infinita, vissuta da tanti di noi che avevano la sola colpa di essere italiani. Apprezzo la libertà ritrovata, ma mi fa soffrire vedere quante menzogne si raccontino ancora nel mio paese e soprattutto come siano sordi e insensibili al grido di dolore di chi il comunismo lo ha sperimentato di persona e sa cosa significhi vivere nell’odio e nell’orrore. ”.
L’intervista si conclude qui, anche se vorremmo saperne di più, ma c’è un aereo che lo attende per tornare su a Cremona e non possiamo trattenerlo. Gli diciamo soltanto che anche qui in Italia abbiamo sperimentato, sia pure in forma attenuata, le delizie del comunismo. Chi ha insegnato storia nelle scuole sa che dovevano passare solo certe “veline” e chi provava a dire qualcosa di poco più veritiero veniva emarginato, tacciato di fascismo e simili. Tutti sappiamo come sia stato dato del fascista a chi non fosse comunista… E perfino adesso, la partecipazione a convegni e dibattiti è più formale che sostanziale, perché la verità non può essere detta. Comunque, tutto sommato, siamo fortunati a vivere in Italia e speriamo che il futuro ci potrà rendere tutti più liberi. Anche se si scoprono solo oggi i torti e la viltà di tanti governi italiani del dopoguerra.
Post new comment