La Fiat che fugge col cassetto trasgredisce anche la legge

Se è vero che è reato l’ingiustificato arricchimento o trasgredire le norme che fanno legge tra le parti

Il problema non è nuovo. C’è un passato a proposito delle aziende che hanno goduto di finanziamenti statali “a fondo perduto”. E, ovviamente, torniamo sulla vexata quaestio del Caso Fiat.

Anni fa, quando prendere un “fondo perduto”, ma anche un finanziamento in conto interessi non era precluso neppure ai “non raccomandati”, vi era una condizione irrinunciabile, imposta a coloro che percepivano …il denaro. Ed erano, intendiamoci, soldi dell’Italia, dei suoi contribuenti. La determinazione di metterli a partito a favore delle imprese faceva sì che si trasferissero nelle casse dell’imprenditore.

Erano i vituperati finanziamenti a pioggia? Secondo noi erano di grande stimolo all’imprenditoria, né tutti finivano in tasca di chi non li faceva rendere. Le condizioni imposte erano svariate, ma una era fondamentale: chi aveva percepito una cifra per acquistare mura, macchinari etc, non poteva alienarli per vari decenni a venire: non poteva percepire e …andarsene.

Questa sana norma cogente sembra ora essersi volatilizzata per quanto concerne l’amata Fiat. Sembra che solo l’onore sia calpestato dalla ditta del Lingotto: Una marca molto amata in Sicilia, visto che i siciliani acquistano più auto Fiat pro capite che in ogni altra regione d’Italia.

No, non è un patto di lealtà che dovrebbe valere. La Fiat non perde solo l’onore, non lo calpesta e “se ne frega”, bensì vien meno ad una precisa ratio legis. Ha percepito soldi, prebende, facilitazioni, agi a palate. Ora, da un momento all’altro, decide che “non le conviene più”. O gli stipendi ripagano l’Italia o la Sicilia o niente.

Ovviamente, tutto il variegato episodio insegna come non abbia più alcun significato scegliere prodotti di una certa nazionalità. Avevano ragione dunque …gli altri. Non i siciliani. Meglio comprare a caso, automobili e ogni altro prodotto di ogni e qualunque provenienza, che non mantenere una fidelizzazione per l’amato prodotto nazionale. Perché chi lo sa a chi vanno le paghe operaie, a chi i profitti, a chi la stessa gloria?

Anni fa s’era fatto pure il conto: ogni 5 auto italiane “campa” un operaio italiano. Ebbe, in molti dicemmo: “comprerò le gloriose auto nazionali che in corsa si tingono di rosso, vincono, primeggiano per velocità, tecnologia, innovazione…

Niente di tutto questo. La Fiat, dopo esser diventata l’unica vera fabbrica italiana di automobili (manca la parola Torino e completiamo la sigla Fiat), aver inglobato Lancia e Alfa Romeo, ma poi anche Ferrari, ha fatto il vuoto.

Ricordate la “guerra” a De Tomaso, che costruiva macchine sportive ma anche una mini con motore giapponese e la carrozzeria d’una Innocenti, ultima sopravvissuta di una genìa di vecchie, pur stimate , fabbriche?

Marchionne aveva ricevuto la nostra simpatia. Speriamo non sia l’emblema del “bravo industriale” di oggi, che se ne frega di tutto e di tutti, dell’onore e delle leggi, del buon senso e della civiltà.

Lo Stato questa volta punti i piedi e gli Italiani pure.

Giovanni Berchet esortava le “vaghe figlie del fervido amore”, le italiane a non sposare i loro uomini che non difendevano la patria. Noi esorteremo gli Italiani a disertare la Fiat. Perché un prodotto è italiano se il cuore della produzione si mantiene in terra italiana.

Una Fiat non più italiana non ci interessa. Ed ecco che si riconferma il principio per il quale non si può tirare una corda fino a spezzarla, non si può perseguire l’interesse pensando che il mondo vada avanti solo con l’aritmetica, con il discorso delle fredde cifre. Tanto meno di fronte alla realtà del mercato, in cui il buon nome – con esso il tradizionale senso della dignità e dell’onore, la stessa logica nazionale – venga mantenuto pulito e stimato. Chi acquisterà un prodotto non degno di stima?

 

Sat, 2010-02-06 10:32
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