Non fu l’ultima dei tempi andati. Quella di Roma fu la prima Grande Olimpiade. Una solerte precisazione occorre per quel che riguarda un giudizio fondamentale sulle Olimpiadi di Roma, di cui ricorre il cinquantenario. Per chi le visse da ragazzo, ma con buona capacità di giudizio sul contenuto sportivo e spettacolare, non sono esattamente quelle di cui, come al solito, gli storici parlano con opinioni estemporaneamente coniate oggi. Essi travisano la realtà e la verità storica per motivi che crediamo individuare, ma che non vogliamo precisare. Tanto cara ci è l’idea dello sport, del suo valore e della funzione che può svolgere nella società.
Fu chiamata, in realtà sin d'allora, La Grande Olimpiade, proprio perché fu la prima olimpiade grandiosa della storia, a parte l’edizione in Germania del 1936 che costituisce forse un terzo polo, considerando come il primo l’olimpiade di Atene che riaprì nei tempi moderni la tradizione greca. In realtà tutte le olimpiade sono state un grande evento. E storiche rimangono tutte le medaglie d’oro olimpiche. Si pensi ai giochi in America e quelli di Londra e Parigi. Ma le olimpiadi romane furono grandi perché non solo si avvalsero della bellezza di Roma, grondante di storia antica, che trasparì soprattutto nella maratona, nella marcia, nel ciclismo…
Nell’occasione, per la prima volta vennero costruiti nuovi stadi di dimensioni inusitate per quei tempi: l’olimpico, il Flaminio, il palazzo e il palazzetto, il velodromo. Venne costruita una circonvallazione apposita, una tangenziale interna per raccordare velocemente la zona dell’Eur con quella del Foro Italico, diametralmente opposti rispetto alla città. Venne costruito un Villaggio olimpico da riconvertire poi ad altri usi e uno stadio speciale per il calcio olimpico.
Insomma, non fu, come viene ripetuto, l’ultima olimpiade dei tempi andati, ma la prima grandiosa dei tempi moderni. Ciò per impostazione e impegno organizzativo, ma soprattutto per il risultato ottenuto, con le statue dello stadio dei marmi, dei campi dell’Acqua Acetosa e di Caracalla a disposizione per gli allenamenti, con la grande maratona finale, vinta dal pittoresco Abebe Bikila, un etiope, quindi un po’ italiano, un po’ anti italiano, di fronte ad una Italia che col fascismo aveva voluto senz’altro, cambiare pagina.
Se poi ci si riferisce all’idea di uno sport “all’antica” non ancora contaminato dal professionismo e dalla chimica, ci si sbaglia. Al contrario il mito dell’atleta macchina, alimentato in laboratorio, costruito con l’aiuto di tecniche medico scientifiche era nato nel 1936 per la storica olimpiade di Berlino. Quel mito era ed è sempre tale. Gli atleti mangiano seguendo una dieta che potrebbe essere utile ai comuni “cristiani”: pasta, pesce, carne, verdure, cereali, frutta... A parte le forzatura di sostanze dopanti che esistono da sempre e pratiche di trasfusione elaborate invece vari anni dopo Roma ed oggi viste giustamente come uno spauracchio. Sono migliorate le tecniche, i campi, la consapevolezza e la conoscenza dei "motivi di una vittoria", la medicina intrena in genere, l'ortopedia e altro ancora.
Nel 1960, grazie ad un grande stanziamento economico e ad una fede nello sport che l’Italia ha sempre coltivato, Roma ospitò la prima grande olimpiade, la prima che fu interamente filmata, la prima dei tempi della tecnologia e della modernità. A 15 anni dalla sconfitta bellica era risorta, aveva ricostruito, disponeva di campioni in tutte le specialità: nella velocità e nel disco, nel pugilato, nella lotta, nel tiro a segno, nel calcio e nel ciclismo... Vinse anche molte medaglie, come si confà a chi ospita i Giochi.
Germano Scargiali
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