Così Grippi vuota il sacco

L’imprenditore che aveva creato Blue Boats si sfoga
di Palermoparla

Roberto Grippi ci accoglie nella villetta dove vive con sua moglie, un paio di giorni dopo aver ottenuto la libertà dopo il patteggiamento al posto dei “domiciliari”.

Le manca l’azienda?

“L’ho promossa al meglio di me stesso. Quel che prima non potevo dire e ora dico è che sono stato io ad aver progettato anche  macchinari fondamentali, attribuendoli poi ad altri, proprio nel tentativo di massimizzare le spese…”

Ma ciò potrebbe significare che di fatto il valore dichiarato era vicino al vero, che lei ha di fatto rinunziato ad una premialità immediata. Le fatture erano gonfiate, ma i “benfatti” ci sono?

“Beh. Acqua passata. Non corriamo troppo. Ma più o meno lei centra il problema… Una cosa è certa ed è che  nostri soldi ce riavevamo messi tutti”.

Ma uno dei reati era proprio…

E’ vero. Questo è stato, in concreto, il reato commesso contestatomi. Non essendoci dati ufficiali su quanto realmente accaduto, voglio dire sul vero procedere dei fatti, era facile individuare il crimine finanziario”.

E Legno più?

“Idem. Si tratta della medesima realtà…Macchine progettate da noi, anzi intere linee di produzione con concetti tecnologici innovativi. Tuttoggi è considerato quanto di meglio possa trovarsi a livello nazionale ed europeo per la progettazione di linee di produzione nel settore legno”.

Torniamo al “mostro” cioè alla fresa – robot di Blue Boats.

“E’ il miglior centro di lavorazione o, se vogliamo, il miglior robot di gelcoattatura si possa trovare. Per operare fino ad un campo di lavoro da mt 32 X 10. Idem per la grande fresa. Ecco come stavamo costruendo un manichino da 60 metri per Benetti. Tale apparecchiatura non ha mai potuto lavorare al suo massimo impiego e ciò rimane fra le cose che più mi rattristano. Chi sa se mai lo farà…”

Ma i clienti c’erano già…

“Abbiamo lavorato per Azimut Benetti di Viareggio, per Aicon e stavamo lavorando anche per Costes e per il Cantiere navale di Trapani. Non sarebbe stato un problema. Tutto era pronto per far fronte alle ordinazioni che ci attendevamo, dopo che ci eravamo indotti ad alzare il tiro, mirando non più alle barche, si fa sempre per dire, da 30 metri, ma a spingerci fino a quelle da 60, con risparmi nella catena che ci rendevano assolutamente competitivi a livello mondiale”.

E adesso che ne sarà dell’azienda e degli operai?

“Sinceramene non so. Tutto sotto curatela. Ma il curatore non è un manager. Si occuperà di ristabilire la legalità. Bene, ma il mercato richiede competitività. Non ho visto niente di buono su questo terreno in questi mesi. Il curatore dovrebbe ricucire i contatti con clienti e fornitori. Occorre competenza specifica aziendale e commerciale nel settore. Tanto più che, sia nella produzione che nelle vendite, la realtà si evolve e bisogna seguirla, precederla. Un funzionario dello stato non sarà mai un promotore industriale, me lo lasci dire”.

Qual è secondo lei il problema, il motivo dell’impasse dell’imprenditoria italiana?

“E’ la frattura fra il risparmio e il capitale che dovrebbe rendersi disponibile sul mercato del credito e invece non compare. Pochi fra quelli che investono nell’industria, creando nuova ricchezza della miglior qualità, accedono al vero mercato del credito. E chi risparmia, a propria volta, riceve alla fine ben poca soddisfazione, magri compensi. Noi abbiamo cercato una scorciatoia e siamo stati puniti per questo”. (G.Sc.)

Mer, 2010-09-08 08:01
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