Ma quale liberalizzazione abbiamo con Monti

Occorre togliere di mano allo Stato una serie di attività e non soffocare la classe medio piccola e i contribuenti minimi a tutto favore dell’autoccupazione
di Germano Scargiali
Ma quale liberalizzazione abbiamo con Monti

Non si sa se ridere o piangere: siamo di fronte alla cosiddetta “fase due” che dovrebbe rilanciare lo sviluppo in Italia. Che cosa dovrà mai spiegare Monti, se i punti di partenza sono le liberalizzazioni delle licenze ai tassisti e alle farmacie. Ma hanno capito – in Italia – che cosa significhi liberalizzare?

La nostra i dea – scusateci – è che consista soprattutto nel togliere allo Stato posizioni di controllo, monopolio ed anche mero esercizio di attività economiche che ha dimostrato di non saper assolvere. Lo Stato, nel corso del tempo, ma soprattutto con l’avvento del “centrosinistra” e relativa mentalità si è assunto in prima persona la gestione di intere attività, promettendo che avrebbe reso pubblici i vantaggi e persino i profitti di tali iniziative piccole, grandi e addirittura mastodontiche. In realtà, al posto dei vantaggi si sono visti quasi esclusivamente disservizi e al posto dei profitti si sono riversati sulle casse comuni enormi perdite in tutti i casi, nessuno escluso.

Si è arrivati al colmo che quelle poche imprese che avrebbero chiuso i bilanci con un attivo hanno denunciato delle perdite, pur di ricevere altro denaro di provenienza pubblica. Ovvero, se non si fosse capito, denaro dei contribuenti.

Liberalizzare significa interrompere il circolo vizioso di questa spirale, rimettendo in mano ai privati, quasi sempre vendendo e ricavando denaro fresco tutte quelle attività – cioè quasi tutte – ai privati perché trasformino in occasioni di profitto quelle che sono state solo occasioni di perdita.

Ciò equivale a capovolgere la clessidra, se non del tempo, almeno della logica che ha portato l’Italia ed altri stati ad assumere posizioni più socialiste che socialdemocratiche, ma certamente illiberali, lasciando allo stato il dovere di assolvere in modo più efficiente e proficuo servizi che ad esso competono, quali salute, pubblica istruzione, trasporti e viabilità…

Una liberalizzazione nell’ambito dei rapporti fra privati è opportuna, ma in subordine ai precedenti provvedimenti: sburocratizzare, limitare il corporativismo e simili non può che giovare alle attività produttive e ai commerci. Purché non si parta dall’economia dei poveracci: tassisti, edicolanti e simili che già hanno tanti guai.

E’ l’autoccupazione in sé che occorre stimolare e facilitare. Ma ciò si fa con un regime di larghezza fiscale nei confronti dei piccoli redditi con la reintroduzione ampliata della fascia minima e simili.

Berlusconi aveva iniziato a compiere questi passi, ma gli è stato via via impedito dall'opposizione e dai suoi stessi ministri, sotto la spinta di interessi non facili da indicare adesso. E potremmo enumerare tutte le iniziative intraprese all'inizio dei suoi governi, anche a favore della classe media e medio piccola, che è il lievito dell’economia nazionale e dell’autoccupazione. Essa riversa sulla classe immediatamente inferiore, cioè sulle fasce minime il proprio benessere sotto forma di paghe e veri e propri stipendi. Essa sta, invece, per essere colpita quasi a morte. E ciò potrà realmente avvenire se tale classe medio piccola non riuscirà a difendersi.    

Gio, 2011-12-29 09:23
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