L’opera del giornalista Franco Nicastro, Mafia e partiti Il bifrontismo del PCI, è pregevole sotto molti punti di vista. Ricca e ben articolata, poggia le proprie tesi su una approfondita documentazione e sulla diretta esperienza, risultando nel contempo accattivante e di piacevole lettura.
L’autore, dall’osservatorio privilegiato della Sicilcassa, di cui era vicedirettore del servizio studi, ha avuto modo di conoscere da vicino la realtà politica ed economica siciliana, vivendone da presso le drammatiche vicende. Diresse anche la rivista Sicilia domani, in cui diede spazio al proprio estro di comunicatore. Una delle parti più interessanti del libro analizza le conseguenze della cosiddetta “antimafia”, i cui esiti furono sostanzialmente antitetici a quelli annunciati: non solo non venne colpita la vera mafia, ma questa si rinforzò ulteriormente. Le campagne mediatiche scatenate dai giornali del nord provocarono una guerra senza quartiere contro l’imprenditoria siciliana, che ebbe conseguenze nefaste sull’economia dell’Isola e favorì la concorrenza del Nord e l’ulteriore espandersi delle vere cosche. Secondo Nicastro, insomma, non v’è soluzione di continuità in una sorta di catena del male, il cui volto più deteriore esula dall’oleografica descrizione di una mafia come mera forma di criminalità organizzata coordinata a referenti politici…
Secondo Giuseppe Fava, direttore del mensile I siciliani, noto per il ruolo di denuncia svolto nei confronti della mafia catanese e per la sua tragica fine – richiamato a proposito dall’autore – i “cavalieri del lavoro” catanesi, Costanzo, Rendo , Graci, Finocchiaro, avevano con la mafia un rapporto agnostico. La loro “mafiosità” si limitava ad una sorta di autodifesa. Dicevano, infatti, più o meno: “noi vogliamo costruire strade, palazzi, ponti, dighe…voi volete gestire la droga. E’ affar vostro. E se vi aggiudicate i subappalti è pure affar vostro. Non vogliamo, però, bombe nei nostri cantieri, né persecuzioni criminali, estorsioni ecc. né per noi né per i nostri figli, parenti, amici”.
Rendo era riuscito perfino ad aggiudicarsi l’appalto dell’aeroporto di Bologna, nel cuore operativo delle cooperative rosse, nonché quello per la costruzione dei carri per l’attraversamento sotterraneo del canale della Manica. Scriveva Fava: “I catanesi realizzavano opere a tempo di record, creavano aziende ad altissima specializzazione, offrendo migliaia di posti di lavoro”.
A questo punto, però, accadeva – come spiega il libro di Nicastro – che molti imprenditori del nord non solo perdevano il loro feudo meridionale, ma si vedevano o ritenevano insidiati fin dentro casa propria. Da qui, argomenta Nicastro, la scintilla di una guerra mediatica di nota colorazione, con accuse, insinuazioni, criminalizzazioni, dirette contro tutta l’imprenditoria siciliana e non solo contro quella eventualmente collusa. Dopo tante indagini, tutto ciò che si trovò nei confronti degli imprenditori catanesi fu soltanto un po’ di evasione fiscale. Evasione che non era certo un’invenzione siciliana, ma che aveva avuto nell’imprenditoria settentrionale la propria origine e conosciuto anche il boom. La vicenda giudiziaria terminò senza alcuna condanna, quella fiscale con un condono. In compenso, l’espansione economica delle aziende catanesi fu bloccata per sempre, si persero migliaia di posti di lavoro. Tanto, sostiene il libro, che poco dopo si crearono gli LSU, proprio per dare una risposta ai tanti disoccupati. La strage di aziende non colpì solo Catania, ma anche Palermo, nonché tantissime altre interessanti realtà economiche dell’Isola.
Anche Giovanni Falcone, in quegli anni, al riguardo, insorse letteralmente, per testimoniare il proprio appoggio personale alle aziende sane, invitando la Sicilcassa a continuare a finanziare l’imprenditoria isolana, onde evitare che la mafia si sostituisse alle banche con prestiti usurari e che si appropriasse delle aziende. Cosa che, invece, in alcuni casi avvenne.
Così dice, ad un certo punto, Nicastro: “…Dopo i recenti scandali della Parmalat e della rossa Unipol, continuare a credere che il nord possa impartire lezioni di morale al sud ovvero che l’imprenditoria e la finanza siano più sane della politica sarebbe assurdo.
Nicastro, per esemplificare come la stampa del nord sia intervenuta nelle vicende siciliane, cita i servizi su Panorama di Giuseppe Corsentino, in cui il giornalista afferma che “il malaffare siciliano è frutto dell’intreccio tra economia, finanza e politica”. Nota l’autore come l’unica impresa ad uscire col volto pulito dalle indagini sia stata quella di un costruttore palermitano emergente che “…piaceva ai comunisti”. In una nota a piè di pagina l’autore cita l’unica “eminenza grigia” di cui si abbia notizia in Sicilia, l’avvocato Vito Guarrasi, proprio chi aveva ispirato o sostenuto le iniziative politico-economiche più spericolate del Pci.
La campagna mediatica (non innocente), sostenuta purtroppo anche dai mezzi di informazione dell’Isola, soprattutto dal quotidiano L’Ora, e l’iniziativa della magistratura, doverosa ma pesantemente influenzata dalla sinistra, ebbe effetti devastanti. Le imprese siciliane furono oggetto di una vera caccia alle streghe e non si fece alcun discrimine fra aziende sane e non.
Il bifrontismo del Pci fu una costante della sua azione politica. L’azione di rinnovamento della Dc e di contrasto alla malavita organizzata, portata avanti da Piersanti Mattarella (vittima della mafia) e da politici come D’Acquisto o D’Angelo, non solo non venne appoggiata, ma sostanzialmente combattuta.
Del resto anche l’opera coraggiosa di Pio La Torre (altra vittima illustre) non ebbe certo il sostegno pieno del suo partito. L’ex deputato regionale comunista Domenico Rizzo, in un libro per ricordare il compagno ucciso, non lesinò critiche pesantissime al Pci Nazionale e siciliano, accusandoli di avere prima osteggiato l’avvento di La Torre alla segreteria regionale e poi di averne cancellato le campagne politiche.
Un altro esempio eclatante, che Nicastro cita: la bocciatura di Giovanni Falcone, al Consiglio superiore della magistratura, voluta – contrariamente a quanto si sia voluto accreditare – dalla sinistra radicale (Pds, Leoluca Orlando e Magistratura democratica). Ricordiamo le invettive di Orlando contro Falcone e l’insinuazione che la bomba dell’Addaura fosse una simulazione. Non lo fu certo la dinamite di Capaci.
Dall’opera di Franco Nicastro si evince, in conclusione, come l’altra faccia di un Pci, grande moralizzatore dei costumi, sa stata …un’ipocrita e parolaia accolita di personaggi squallidi e anche corrotti, disposti a coprire regolarmente le proprie magagne, ingigantendo o anche inventando quelle altrui.
…In quegli anni morirono di piombo mafioso – o di calunnia, ci permettiamo di aggiungere – magistrati, poliziotti, giornalisti, imprenditori, politici appartenenti a vari schieramenti politici (Dci, Pci, Psi…). Sul fronte opposto, si trovarono persone di tutte le categorie sociali e di tutte (o nessuna) le formazioni politiche. Chiunque combatté seriamente, senza pregiudizi ideologici o convenienze politiche, il crimine e la corruzione venne perseguitato e osteggiato. …Non ci sono solo i morti ammazzati, ma anche i morti per calunnia, che chissà se potranno avere ancora in vita la riabilitazione che meritano
Franco Nicastro, "Mafia e partiti. Il Bifrontismo del Pci", Edizioni Ila Palma
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