Lo Stato il Governo la Nazione

Sono tre concetti che occorre aver chiari perché dialogano ben lungi dal coincidere
di Germano Scargiali

Si fa una costante confusione fra Stato e Governo e c’è anche chi ne approfitta per operare una mistificazione, per dimostrare cioè in certi casi addirittura il falso. Quindi, ripartiamo da zero: when Good was a baby, dicono gli inglesi. Cioè …quando Dio era un bambino: ripartiamo da zero.

Lo Stato è “il tutto”, l’insieme di territorio, patria (se vogliamo aggiungerla), più nazione. Quest’ultima è rappresentata dai soli “cives”, i cittadini. Se non si ha chiaro il gioco delle parti fra queste entità, che sono già quattro, non si capisce nulla di ciò che avviene nella politica, nell’amministrazione, nella realtà e nella dinamica della vita sociale e civile che ci circonda.

In questo momento storico, cioè da una dozzina d’anni a questa parte o poco più, il concetto più importante da capire è che il governo, assumendo le redini dello stato, eredita la situazione precedente: quella dello stato. E non solo tutte le leggi, l’apparato amministrativo, il costume, la cultura, le convinzioni, ma anche materialmente crediti e debiti verso l’interno e verso l’estero.

A debitori e creditori in particolare, poco importa che il governo sia cambiato e quale sia al momento: devono pagare o riscuotere come prima. Comunque, finché il nuovo governo – ma ciò vale anche per le amministrazioni locali – non avvii un nuovo iter, impostato ex novo e sia il vero responsabile dei debiti e l’ente meritevole dei crediti acquisiti, non ha colpe né meriti. Ma non sempre è neppure accaduto che gli apparenti meriti fossero tali. Perché certi risultati finanziari si sono ottenuti a scapito dell’economia e, quindi, a lungo andare, della nazione.

Tutta questa distinzione ribadisce già – se ce ne fosse bisogno – ciò che abbiamo altre volte ripetuto: un errore, caratteristico delle economie socialdemocratiche, è anche la “falsa verità” propagandata (cioè il sogno) che gli interessi dello stato possano coincidere con quelli dei cittadini. Questo  non è tecnicamente possibile, né umanamente realizzabile. Ci sono dei “parallelismi” solo a lungo termine. Ma questo concetto si trovava scritto nelle prime 20 pagine d’ogni libro d’economia e finanza, quando gli uomini “avevano i baffi”... Adesso si viene a sapere che il concetto è spesso meno individuabile. Ed è gravissimo.

Lo stesso concetto acquista invece una sorta di valore plastico, cioè esce fuori dalla pagina, quando dal rapporto generico fra stato e nazione (cives), si passa al rapporto fra stato e singolo cittadino.

Di regola lo Stato è col singolo in una continua situazione creditoria – debitoria. Spesso è, cioè, di fatto la controparte. Ciò nulla toglie all’amore per la nostra cara Patria, italiana ed europea, che fra territorio, stato, governo e nazione, vede nel secondo una sorta di magna pars. Ma la confusione …non s’ha da fare.

Tornando al cuore del problema, il governo può, nel breve termine essere un’altra vittima dello stato e, soprattutto, quindi, dei governi precedenti. Essi possono certamente avere “diseducato” i cives, sin dai banchi di scuola, parlando loro troppo di diritti e poco di doveri, avendo emesso leggi errate o “sgangherate” perché non facenti parti di un “corpus” coerente, depauperato le casse dello stato, sminuito l’immagine e il ruolo della nazione in campo internazionale… Per fare tutti questi “danni” possono essere stati impiegati 60 anni. Magari quelli importanti della ricostruzione, della riedificazione di uno stato che fu monarchico ed è diventato repubblicano, che ha rischiato di scivolare nel socialismo reale, che ha scriteriatamente nazionalizzato o municipalizzato tutto, seguendo l’ideologia di alcuni e la connivenza non sempre disinteressata di altri. Ci riferiamo – tanto per non essere vaghi – a quella sinistra che volle le nazionalizzazioni e alla Dc che le accettò, perché capì che si creavano carrozzoni su carrozzoni, rendendo la politica la padrona indiscussa dello stato e della nazione.

Vedete, quindi, quanto sia utile, anche ad ogni pie’ sospinto, usare quei tre o quattro concetti che tanti, spesso, si confondono: stato, governo, nazione... Fermiamoci, infine, a considerare quanto tempo e lavoro ci vogliano per modificare la situazione in atto in Italia. E’ un’insieme che coinvolge l’educazione (o diseducazione) e la cultura (o l’incultura) degli italiani, prima ancora che l’assetto costituzionale, giuridico e amministrativo. Ma occorre dire anche la mentalità… E pure l’Europa, vedi Francia, dove spesso sono stati commessi errori molto simili non stanno granché meglio. Anzi. L’economia frattanto sostanzialmente ristagna ovunque e certamente annaspa.

Liberale è divenuta una parola sconcia, anche se mitigata dall’aggettivo democratico. Ed un po’ dappertutto lo Stato è troppo padrone della nostra vita, dell’iniziativa, degli spunti economici ed anche culturali.

Quanto ai pemsatori che hanno sostenuto tesi del genere di quella da noi esposta (se di tesi si trattasse e non di semplici constatazioni) c'è la scuola di scienza economica dell'Università di Torino lungo tutto il dopoguerra, con Luigi Einaudi, Francesco Forte, Nino Andreatta, Sergio Ricossa...

Il fatto che Torino non sia decisamente liberale la dice lunga sulla frattura che c'è in Italia fra la cultura universitaria, cioè quella vera o di maggior pregio, o più aggiornata e il generico "sentire popolare".

Mer, 2011-06-08 07:22
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