A volte ci capitano tra le mani dei libri che non vorremmo leggere perché ci sembrano – a un esame superficiale – un po’ noiosi.
Il titolo dell’opera, Il velo nero, non diceva molto, infatti. Ma, dopo qualche pagina, siamo tornati indietro sulle nostre impressioni. Il lavoro del professor Ignazio Parrino non solo risulta interessante e piacevole, ma apre scenari nuovi alla cultura contemporanea oggi dominante.
L’autore alza, infatti, il velo (ma non da qui viene il titolo) su una grande tradizione storica, letteraria, artistica che viene di solito sottovalutata o deliberatamente ignorata sia dal mondo della scuola e delle università che da quello dei media. Ed è grave. Lo è grave in quanto i traguardi raggiunti da popoli a noi vicini, grandi traguardi di civiltà e di democrazia non vengono di solito adeguatamente studiati e conosciuti.
Il velo nero è quel velo indossato sui fianchi dalle donne albanesi durante due fondamentali ricorrenze dell’anno: il sabato di Pentecoste, in commemorazione di tutti i defunti (caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi) e il 17 gennaio, ricorrenza della morte di Giorgio Castriota Skandeberg, unico eroe dei principi cristiani del suo tempo, difensore della civiltà cristiana contro i Turchi.
Tutto ebbe inizio, infatti, con l’esodo delle popolazioni greco/albanesi, cacciate dai loro territori dall’invasione turca e strenuamente difese dal grande Skandeberg. Siamo alla fine del quindicesimo secolo. I territori dell’Europa sud orientale, un tempo bizantini, sono uno dopo l’altro travolti dalla forza espansiva turca, che in quel tempo tutto travolge e distrugge.
In forza di un accordo stipulato con Alfonso il Magnanimo, re di Napoli e di Sicilia, le popolazioni albanesi in fuga poterono, però, trovare asilo in Sicilia e in Calabria.
L’accordo sottoscritto concedeva ai profughi alcune libertà, che comprendevano il riconoscimento della lingua e delle tradizioni giuridico/politiche del loro paese.
Ciò risulta molto interessante perché, come attestato dalle memorie storiche e dalle consuetudini, i greco/albanesi vivevano da popoli liberi. Dividevano le terre in base al principio che recita: “ogni casa che fa fumo deve avere il suo pezzo di terra”. In pratica, veniva sancito il diritto di ogni famiglia al possesso di terra sufficiente al proprio mantenimento. Dunque gli albanesi rispettavano le libertà individuali e ritenevano che queste andassero accompagnate dal pieno possesso della terra. La proprietà privata lungi dall’essere demonizzata, come proposto da qualche recente teoria socioeconomica, veniva sommamente apprezzata e difesa. Veniva posto, però, anche un freno all’esasperato arricchimento di pochi, che conduce all’oppressione e rende schiavi molti a beneficio di pochi. Nel contempo, si assicurava l’indipendenza economica ad ogni famiglia, che è cosa ben diversa dal falso egualitarismo che schiaccia anziché promuovere l’uomo, togliendogli autonomia e libertà di azione.
Questa interessante forma di organizzazione socioeconomica aveva avuto dei precedenti – afferma Parrino – nell’impero bizantino, per iniziativa dell’imperatore Eraclio (610/641), sostenuto nella sua opera dal patriarcato e dal clero. A lui si deve quella grande riforma agraria che consentì all’impero di durare ancora alcuni secoli.
A quell’epoca, infatti, una grave crisi economica rendeva difficile una risposta efficace ai continui assalti che provenivano dai popoli vicini che cercavano di penetrare nei confini dell’impero. I costi per fronteggiare gli invasori erano palesemente diventati insostenibili. Si prospettava quindi il crollo finale. Ma giunse allora la proposta, di matrice cristiana, di dividere i latifondi dei nobili in appezzamenti più piccoli (detti temi) da affidare a soldati/contadini, che avrebbero così avuto la loro ricompensa per l’opera militare prestata. Fu una riforma tanto coraggiosa quanto intelligente: coraggiosa, perché storicamente la battaglia contro i latifondi si è dimostrata sempre molto difficile (sia nell’antica Roma, al tempo dei Gracchi, sia in Sicilia, nel secolo scorso) per le resistenze opposte dai proprietari Intelligente, sia perché furono sottratte all’incuria e all’abbandono grandi estensioni di terra, sia perché fu possibile assicurare la difesa dei territori dagli attacchi esterni (infatti i contadini/soldati combattevano per salvare se stessi, le proprie famiglie e la proprietà, non al modo del servo che è indifferente a cambiar padrone).
Ma questa riforma, che altri non sono stati in grado di portare avanti neppure un millennio più tardi, sotto altri governi e in contesti differenti, fu possibile – afferma l’autore – perché alla base della società bizantina c’era una forte fede cristiana che ispirava realmente (e non pro forma) anche l’azione politica. E il Parrino ce ne dà ampia dimostrazione: eremitismo diffuso, fuga dalle ricchezze terrene, profondi cambiamenti di vita erano tutti fenomeni molto frequenti nel mondo greco/bizantino, tutti segni di una conversione sostanziale e non formale.
A tal proposito l’autore muove anche delle critiche ai risultati raggiunti dal cristianesimo occidentale rispetto a quello orientale.
Il cristianesimo orientale, infatti, sarebbe penetrato a fondo negli strati sociali e nella struttura politica dell’impero bizantino portando all’edificazione del primo vero stato cristiano della storia. In occidente, invece, forse anche a causa del crollo repentino dell’impero romano e delle sue strutture, ciò non si sarebbe verificato, se non in parte e, soprattutto, si sarebbe creata una dicotomia tra la Chiesa e la popolazione con una esclusione – di fatto – della componente laica dall’organizzazione e dall’operato della Chiesa. Nel mondo greco/ortodosso, invece, non ci sarebbe mai stata una separazione altrettanto netta tra clero e laici. Le conseguenze sarebbero state notevoli, con la nascita e la formazione di una società più partecipe e democratica nell’impero bizantino piuttosto che nell’Europa occidentale.
Il Velo nero tratta e approfondisce quindi temi di notevole portata, sia in ambito filosofico che religioso e teologico e addita nello studio della cultura greco/romana e cristiana la strada maestra per uscire dal vicolo cieco dell’ateismo e del materialismo, nato e sviluppatosi soprattutto tra le gelide plaghe del nord Europa.
Lydia Gaziano
Ignazio Parrino - Il velo nero (Veli i Zi) – Grafiche Geraci Cda Contuberna – S. Stefano Quisquina (Ag)
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