La parabola dei talenti riflessioni

Una diaspora di significati morali economici e anche politici
di Germano Scargiali
La parabola dei talenti riflessioni

La parabola dei talenti riflessioni

La parabola dei talenti è fra quelle che si prestano a più spunti, riflessioni e interpretazioni.

Non c’è dubbio che, se il Vangelo condanna per voce del padrone il servo dei tre che non ha fatto fruttare la moneta affidatagli durante la propria assenza, è perché non nell’ozio morale – ma anche materiale – l’uomo deve trascorrere il tempo nell’assenza del padrone o nell’apparente disinteresse di Dio.

Ma il Vangelo invita, proprio, l’uomo ad un alacre comportamento, anche in assenza di indicazioni precise, nei confronti della vita, pur nella materialità di far fruttare del denaro. Vengono accettate – per scontate – due verità. Ancora una volta che il padrone è il saggio, l’arbitro della situazione. Inoltre, le monete sono il frutto del lavoro e, quindi, il simbolo della stessa alacre attività cui la vita chiama l’uomo.

I giovani servi non sono più o meno “bravi”, ma più o meno volenterosi e aderenti alla scelta morale che è quella di far fruttare il lavoro, di moltiplicare ciò che ne è la misura e il risultato.

E’ l’applicazione della forza lavoro che deve far fruttare il denaro, che deve far fruttare le risorse.

Ciò significa che, ogni qual volta che non è così, ogni qual volta ci si comporta con pigrizia, cioè si vuol sfruttare l’esistente senza l’applicazione di una dose di buona volontà, si cade in errore, nel peccato. Questo è ciò che deve più fra riflettere.

Noi diciamo "beata" anche la morale romana che affermava “pecunia non facit pecuniam”, riferendosi all’opera lavorativa come unica lecita attività produttiva di ricchezza. Né deve preoccuparci che il vangelo si riferisce anche alla possibilità di portare il denaro ai banchieri per farlo fruttare. Meglio che niente. Non è quello che hanno fatto i due servi meritevoli, ma sarebbe stato il minimo che avrebbe potuto fare il terzo servo se ne avesse avuto lo zelo e l’iniziativa.

Lo scienziato e filosofo Blaise Pascal, grande matematico, ma famosissimo autore dei Pensieri sosteneva che  “Tutte le sofferenze del genere umano nascono dal fatto di non essere capaci di starsene seduti tranquilli in una stanza senza far nulla”.

La chiesa deve assolutamente distinguersi dalla politica, ma ciò non significa che non debba esprimere le proprie preferenze e indicare scelte legate alle proprie caratteristiche morali.

Come si vede da questa e altre parabole, alcune considerazioni possono trarsi immediatamente.

Il Vangelo non ripudia certo le libere attività economiche e non aderisce a pratiche di tipo comunista che, pure, ai tempi erano presenti. In questa parabola esalta il profitto.

La morale evangelica è vista in un’ottica individuale. La morale sociale è la conseguenza del miglioramento dell’individuo, non il contrario.

La morale va ricercata nella interiorità e non nella esteriorità, nelle intenzioni, non nelle conseguenze. Ciò che conta è la sostanza, non la forma.

La società umana va migliorando lavorando nell’animo di ciascuno, esaltando la carità e la sussidiarietà. Non si deve alimentare l’illusione di poter giungere ad un mondo perfetto o che possa avvicinarsi alla perfezione, attraverso l’opera assolutamente umana e laica delle leggi e dello stato.

Per i cristiani il mondo necessita dell’azione moralizzatrice della fede, del “credo” in una finalità nella storia. La morale cristiana non si ferma ad un mero buonismo, dedotto dalla opportunità di un generico rispetto l’un dell’altro fra gli uomini e dell’uomo rispetto alla società.

Da qui la inconciliabilità morale fra il cristianesimo e tutte le dottrine che ne vedono la presenza come accessoria alla storia, alla società e alla realtà del mondo. Agli occhi del buon cristiano – al contrario – tale dottrine materialistiche costituiscono un autentico pericolo per la vita e il progresso della società e del mondo.

Dom, 2011-11-13 14:18
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