I risultati piuttosto “fiacchi” del Protocollo di Kioto ed il concludersi con un “nulla di fatto”, anzi con una gran confusione, del recente summit internazionale in Sud Africa sul clima fornisce il quadro dei limiti degli studi e delle teorie fin qui formulate in materia.
Il protocollo di Kyoto – per inciso – fa seguito alla convenzione quadro delle NU sui cambiamenti climatici ed è considerato come uno dei più importanti strumenti giuridici internazionali volti a combattere il fenomeno. Supposto, però, ch esso sia in atto e supposto anche che il comportamento umano influisca su di esso.
Il protocollo contiene gli impegni dei paesi industrializzati a ridurre le emissioni di alcuni gas ad effetto serra… “responsabili del riscaldamento del pianeta”. Le emissioni totali dei paesi sviluppati avrebbero dovuto essere ridotte almeno del 5% nel periodo 2008-2012 rispetto ai livelli del 1990.
Con la decisione 2002/358/CE del Consiglio, del 25 aprile 2002 è intervenuta frattanto l’approvazione, in nome della Comunità europea, del Protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e l'esecuzione congiunta degli impegni che ne derivano.
Sono seguiti vari appuntamenti internazionali sul tema. A Cancun in Messico, ad esempio, si è avuta una sorta di riunione plenaria degli stati del mondo. Ma i rappresentanti di moltissimi stati non sono arrivati a un accordo vincolante per “combattere i cambiamenti climatici”, mentre si è affacciata con sempre maggiore forza l’idea che pensare di cambiare il clima emettendo più o meno CO2 è un tantino esagerato, e l'esecuzione congiunta degli impegni che ne derivano. Tornando a quel 5% che non sarà non raggiunto a fine 2012 si pensi che la proporzione rispetto ad un solo giorno di una sola eruzione vulcanica rappresenterebbe una quota inferiore. Per non parlare dell’emissione di CO2 che emerge dal mare emessa dalle creature che vivono in esso. E il mare, come sappiamo, copre i ¾ della superficie del nostro Pianeta.
Sul catastrofismo climatico si sono “scatenati” alcuni uomini politici abbastanza noiti Il “verbo incarnato” è considerato l’americano in Al Gore, uno degli “sconfitti” da Bush alla corsa alla presidenza Usa… Sul riscaldamento globale di origine antropica (cioè: se fa caldo è colpa nostra e solo nostra, se piove è colpa nostra e solo nostra, se non nevica idem, e pure se nevica) disserta l’ideologia secondo la quale la scienza ha già capito tutto del clima, non c’è più tempo, bisogna agire ora, pena l’inferno su questa Terra, ovvero un premio, meritato per il fatto di aver …tentato. Ma in pratica che cosa? Di infierire gravemente sulla crescita e lo sviluppo, sull’occupazione e la fame nel terzo mondo.
Può ritenersi senz’altro opportuno adottare filtri alle canne fumarie agli opifici e maschere di protezione agli stesi operai, per i danni immediati che nuovi insediamenti possono procurare allo’ambiente e al territorio circonvicini, ma altrettanto non dicasi dei provvedimenti suggeriti dalla logica di Kioto e simili.
In particolare, ad esempio, un grosso contrasto con l’atteggiamento degli ambientalisti in genere, si riscontra nell’approvazione implicita che Kioto – giustamente, stavolta – fornisce all’uso dell’energia nucleare. Da qui la confusione di cui parlavamo. Inoltre molti stati emergenti non sono disposti a sopportare le spese di misure non sempre necessarie. All’Italia in particolare l’adeguarsi al Protocollo costerebbe un occhio. Non lo stesso alla Francia, perché nuclearizzata…
Il pensiero corre a quegli scienziati che, ben poca eco trovano sui media che amano il catastrofismo a 360 gradi, convinti che esso faccia ben più “notizia” del suo contrario. Con la logica di “schiaffa il mostro in prima pagina” si nuoce, così, alla verità e al raziocinio più evidenti. E non si dica che un po’ di scandalismo in materia faccia bene, perché la menzogna, a parte quella “pietosa” di certe occasioni nel privato, è sempre un errore. E quasi sempre risulta madornale.
Il pensiero corre anche al siciliano Antonio Zichichi, che non la pensa certo con gli scienziati di Kioto. Ma in particolare si è fatto notare da qualcuno che trattasi di un ristretto numero di cattedratici – una cinquantina – che tengono in scacco, grazie al supporto mediatico e ad interessi si privati, la stragrande maggioranza dei colleghi. Sono circa mezzo migliaio i “contrari” alla logica di Kioto, ma non ricevono ascolto e vengono fatti oggetto di accuse di ogni genere, non esclusa la …pazzia.
Nell’ambito del Cnr, ma anche dell’Ispra (Istituto superiore per la ricerca ambientale), cioè due fonti governative italiane, veramente affidabili emerge il nome di Franco Prodi. Trattasi proprio di uno dei fratelli del più noto Romano.
L’ingegner Prodi è un geofisico e climatologo stimato in tutto il mondo. Per l’esattezza è un fisico dell’atmosfera, esperto di nubi e grandine. Mentre i climatologi sui media hanno assunto toni da apocalisse e atteggiamenti eroici, Prodi ha scelto il proprio atteggiamento scientifico e lo ha ripetuto con una sicurezza e una costanza a prova di bomba, infischiandosene di come l’opportunismo di altri colleghi avrebbe potuto fruttare anche a lui immediata popolarità. Si pensi che, al tempo delle prime accese polemiche, suo fratello Romano era il capo del governo italiano e che il ministro competente in materia ecologica era quel Pecoraro Scanio i cui atteggiamenti apodittici erano – almeno allora – noti a tutti…
“Sui mutamenti climatici – afferma Franco Prodi – sappiamo troppo poco. L’immensità del campo di energia coinvolto dall’irradiazione solare sul pianeta, più la complessità del filtro atmosferico, e mille altre varianti, non consentono certezze a buon mercato…”
Prodi, in particolare, ha studiato abbastanza per non fare del catastrofismo spiccio, ed è troppo intelligente per essere negazionista.
“Non sono un negazionista né un catastrofista – spiegava, commentando i lavori di un summit, anch’esso naufragato, a Copenaghen – ma la scienza sa ancora troppo poco sull’evoluzione climatica, mentre i nostri modelli, relativi all’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), sono ancora all'infanzia. Ciò non significa che il clima non possa peggiorare. Anzi, proprio perché non è lineare ed è scarsamente prevedibile, il futuro potrebbe essere peggiore delle peggiori previsioni. Bisogna però evitare che di clima parlino gli economisti, gli agronomi, gli opinionisti o gli incompetenti”.
Alfonso Pecoraro Scanio aveva inaugurato, da ministro, la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici di Roma citando dati da B-movie sulla fine del mondo riferiti alla nostra penisola: secondo il ministro, nel giro di un centinaio di anni l’Adriatico sarebbe diventato uno stagno, il deserto avrebbe mangiato mezza Italia e la temperatura nelle nostre regioni sarebbe aumentata quattro volte più che nel resto del mondo.
Prodi stroncò i lavori di quella conferenza: “E’ stata impostata male – disse – con un’impronta scientifica. Ma non vi ha partecipato nessuno scienziato. Come se non bastasse, hanno sbagliato a leggere i dati, perché l’Italia è assolutamente in linea con il resto delle altre terre emerse”.
Prodi si è reso famoso con i propri studi all’avanguardia sulla grandine.
“Vogliamo una sonda per capire come sono fatte le nubi? Lei ha mai spaccato un chicco di grandine? – chiede – probabilmente no. Gli strati concentrici, i grani cristallini, le goccioline sopraffuse… Studiare i chicchi di grandine basta per conoscere le nuvole”. E’ dal 1966 che Prodi lo fa (ha un tunnel refrigerato per accrescere la grandine). E’ una ricerca, insomma, che si fa con pochi mezzi e molta costanza. “All’italiana”, dice ridendo. Frattanto, con i suoi studi ha preceduto …gli altri in giro per il mondo.
Dopo essere stato per 20 anni (fino al 2008) professore ordinario di Fisica generale e poi di Fisica dell’atmosfera presso l’Università di Ferrara, nel 1967 è entrato nel Cnr dove ha ricoperto varie cariche, fino alla direzione, nel 2002, dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac). Cattolico convinto, ma non bigotto, oggi è associato al Cnr, dove porta avanti diversi progetti, parallelamente alla gestione di una piccola azienda che produce strumenti di misurazione, la Nubila.
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