Dall'adolescenza all'emigrazione, oggi a Enna incontro con la scrittice Evelina Santangelo

Nell’ambito della rassegna "Narrazioni d’Amore" promossa del Comune di Enna
di Andrea Uzzo

Oggi alle ore 20 e trenta, nell’ambito della rassegna del Comune di Enna, il pubblico di Narrazioni d’Amore incontra la scrittrice Evelina Santangelo intervistata da Angela Accascina, insegnante di lettere ed esperta di autori al femminile.

Senzaterra è il primo romanzo in cui la scrittrice palermitana affronta in modo diretto il rapporto con la sua terra, la Sicilia. «È un libro che mi è costato moltissimo sul piano affettivo, emotivo – confida la Santangelo - mentre lo scrivevo, sentivo che ogni passaggio aveva a che fare con le mie scelte di vita apparentemente inconciliabili: da una parte la mia formazione e il mio lavoro fuori dai confini dell’Isola, dall’altra il cordone ombelicale mai reciso con questa terra».

«Se vuoi restare, te ne devi andare» è una frase chiave del testo: è il sentimento di chi sa che nella propria terra bisogna riconoscersi, magari prendendo le distanze da tutto ciò che sembra umiliare l’idea stessa di cittadinanza, e «che fa di alcuni di noi “ospiti” in casa propria», spiega la stessa Santangelo. «Ospiti che devono starsene quieti al loro posto e accontentarsi», dice il padre del protagonista della storia.

Senzaterra, Edizioni Einaudi, 2008 è un testo durissimo sul nostro Sud e su tutti i Sud: una storia di spaesati in cerca di una terra. Nasce da una storia che l’autrice ha concepito per il cinema, e in particolare per il film La Terramare, diretto da Nello La Marca, che è stato presentato nella sezione Forum del 58esimo Festival del Cinema di Berlino.

La degustazione siciliana è a cura dell’Istituto Alberghiero, mentre l’Onav propone un vitigno rosso, il Merlot, di una cantina siciliana.

Evelina Santangelo è nata a Palermo nel 1965. Dopo la laurea in Lettere moderne ha conseguito il master in Tecniche della narrazione alla scuola Holden di Torino e ha studiato Creative Writing con la scrittrice Heléna Viramontes (Cornell University, Ithaca, New York).

Attualmente collabora con la casa editrice Einaudi in qualità di redattrice ed editor per la Narrativa italiana e inglese, e insegna Tecniche della narrazione alla Scuola Holden. Per la Einaudi ha curato la monumentale autobiografia di Vincenzo Rabito, Terra Matta (Einaudi «Supercoralli», 2007) e ha tradotto Firmino di Sam Savage (Einaudi Stile Libero Big, 2008).

«Con una laurea così non andrai da nessuna parte, mi dicevano in molti – racconta lei stessa - E io per molto tempo ho pensato che, forse, nonostante la mia memoria labilissima, avrei dovuto scegliere Giurisprudenza. Per fortuna non l'ho fatto. Non avrei passato un solo esame, credo». Dopo anni di lavoro all’università di Palermo e un anno di collaborazione con il quotidiano L'Ora Evelina ha studiato per qualche tempo Linguistica con Nunzio La Fauci, frequentando corsi di Linguistica e Lingua inglese alla Cornell University (Ithaca, New York). Poi è arrivata la borsa di studio della Scuola Holden. «Dopo notti passate a rivoltarmi nel letto – confida – sono tornata in Italia, a Torino, a studiare Tecniche della narrazione. Tre anni di studio "matto e disperatissimo", in cui ho anche frequentato per un semestre un corso avanzato di Creative Writing con la scrittrice Heléna Viramontes (Cornell University, Ithaca, New York)». Alla fine del master, le è stato proposto uno stage presso la casa editrice Einaudi. «Da lì, direi, è cominciato tutto – aggiunge – il lavoro come redattrice ed editor per la Narrative italiana e inglese presso la casa editrice, la stesura dei racconti, l'insegnamento di Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden».

In un’intervista, la scrittrice ha raccontato la nascita della sua passione per la scrittura: «Gli anni del liceo sono stati per me davvero fondanti. È accaduto che, tra i banchi del Vittorio Emanuele II, ho cominciato ad appassionarmi davvero allo studio della letteratura, anzi, allo studio tout court. Sono stata fortunata. Ho avuto dei professori che mi hanno fatto amare non solo i grandi classici della letteratura greca, latina e italiana, ma anche la letteratura scientifica, l’arte. Ho avuto poi un grande maestro in mio padre, professore di latino e greco, studioso di letteratura italiana, ma anche di poesia albanese e antillana, nonché lui stesso scrittore, anzi poeta di grande sensibilità. Tutto questo mi ha permesso di leggere autori che di solito non si studiano a scuola, come Senghor, Césaire, o di scoprire mondi culturali come quello degli albanesi del Kosovo, in genere poco noti e poco ascoltati, nonostante già allora, nei primi anni Ottanta, ci fossero tutte le avvisaglie di quel terribile conflitto jugoslavo di cui tutti conosciamo gli esiti».

La scheda

"Senzaterra"

Il libro è un testo durissimo sul nostro Sud e su tutti i Sud: una storia di spaesati in cerca di una terra. Nasce da una storia che l’autrice ha concepito per il cinema, e in particolare per il film La Terramare, diretto da Nello La Marca, che è stato presentato nella sezione Forum del 58esimo Festival del Cinema di Berlino.

In un’intervista a Repubblica la scrittrice ha dichiarato: «Senzaterra è il primo libro in cui ho provato a raccontare la storia di un rapporto difficile con le proprie radici. Non è un caso, certo, che quella terra di cui narro sia la Sicilia e che il protagonista viva il dramma di chi fatica a riconoscersi in quello che dovrebbe essere il proprio mondo, dominato com’è dall’arroganza, dalla rassegnazione, da un’idea di modernità provinciale e distorta o ancora dalla ricerca più o meno velleitaria di una qualche via di fuga. Eppure Gaetano, il protagonista, pur sentendo la sua terra franargli sotto i piedi, finisce per rendersi conto che anche emigrare, strapparsi la terra di dosso e lasciarla al suo destino, è comunque una sconfitta. E comunque, in generale, il modo in cui ho sempre trattato la lingua, il modo in cui ho sempre ricercato una particolare espressività, anche quando non ho raccontato esplicitamente della mia terra, sono una traccia fortissima ed evidente della mia identità siciliana. E infine anche l’ossessiva attenzione verso la marginalità, verso tutti i possibili "sud" dell’esistenza».

Protagonista di questa storia è Gaetano, un ragazzo di un remoto paese della Sicilia dove convivono riti arcaici e tracce di una modernità mal digerita. Un paese sconciato dall’abusivismo e da tanti altri mali. Il padre di Gaetano, come molti suoi compaesani, è emigrato in Germania ed è operaio specializzato in una grossa azienda tedesca. L’uomo vorrebbe tirare fuori il figlio da quella palude in cui vive, è tornato in paese per questo. Vuole aprire un bar in Germania, vuole che Gaetano l'aiuti, che magari si prenda una laurea lì, che viva insieme a lui, perché «è brutto stari suli, lariu assai». Gaetano però non ha nessuna intenzione di seguirlo. Lì ha i suoi amici, una zia anziana che ama moltissimo, una madre seppellita nel cimitero del paese cui ha promesso di non andar via, e un timore, soprattutto un timore: quello di finire come i tanti immigrati che sbarcano sulle spiagge vicine, «morti di fame» che hanno perduto, insieme alla terra, la loro dignità e qualsiasi prospettiva di riscatto. Arrivano clandestini sui barconi, si disperdono nelle campagne, si acconciano a lavorare per una manciata di euro nelle serre che, come «un mare finto», dilagano nel paesaggio. Così è stato anche per Alì, un nordafricano che, espulso dal proprio paese, ha scelto la clandestinità e l'anonimato di quei tunnel di plastica. E proprio in un'azienda che produce ortaggi in serra s'incrociano i destini di Gaetano e Alì. Una serra gestita da un boss della zona, don Michele, che apprezza i «bravi lavoratori» che non «parrano ammatula», che sanno cioè tenere la bocca chiusa. Le due vicende umane, quella di Alì e quella di Gaetano, finiscono così quasi per sovrapporsi e diventare una lo specchio dell'altra. Alì è un “senza terra”, in balia del suo destino d'immigrato. Gaetano è uno che crede di averla, una terra, solo che, a poco a poco, non può fare altro che sentirsela sfarinare sotto i piedi. Quella terra madre rivendicata all'inizio da Gaetano, privata di ogni peso diventa l'oggetto sfuggente di un desiderio che rischia di rimanere deluso, di naufragare nel nulla di quel paesaggio lunare in cui riecheggerà infine l'urlo di Alì in fuga, l'urlo di chi davvero non sa più dove andare.

 

 

 

 

 

Thu, 2010-04-29 07:24
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