Ci accingiamo a migliorare la nostra rivista in un momento di gran confusione della realtà civile. Ciò che di più prezioso si vorrebbe trovare in giro è la chiave di lettura per capire gli eventi della realtà vicina e di quella lontana.
Il dilemma più importante è il seguente: come mai una società moderna, che è in grado di produrre in modo assolutamente sovrabbondante ogni genere di bene di consumo, dal cibo al vestiario, ma anche case, strade e automobili, si riduce a vivere in uno stato di semi povertà diffusa. Come e perchè si riduce ad essere rappresentata da giovani individui che raggiungono i 40 anni senza neppure il coraggio di procreare dei figli, di svolgere cioè quel ruolo minimo che la mentalità e la storia, prima che l’istinto, la natura e persino la religione suggeriscono a ciascuno?
La chiave di lettura, però, altro non è che la cultura, intesa come tipologia, quantità e diversificazione che possediamo per decodificare quel marasma di eventi che direttamente o attraverso i media ci piovono continuamente addosso.
Ebbene, a ben vedere, nonostante tanta scuola, tanta informazione, tanto parlare, nonostante che la cultura generalizzata sia cresciuta e cresca nei valori medi – ma soprattutto nel valore di “moda” ai livelli minimi e nel valore di “moda” ai livelli massimi – a livello generalizzato la mentalità diffusa …fa acqua da tutte le parti.
Si giudica l’economia con una cultura ferma ai livelli di uno o due secoli fa. Un po’ meglio va per la finanza, ma quanti sanno distinguere con certezza la differenza e i confini fra economia e finanza?
Si discute di morale e di regole, implorando il rispetto delle seconde. Ma quanti sanno che la cultura recente mette vigorosamente in guardia dal culto della morale delle regole, a tutto favore della morale della coscienza? Qui, a voler fare del sarcasmo siamo indietro dei “famosi” 2000 anni, perché il Gesù dei Vangeli passò i suoi 33 anni a fare già allora del sarcasmo sulla morale delle regole, dimostrando che …non funziona.
D’altronde, se le regole funzionassero, i tribunali non sarebbero zeppi di controparti in lite, tutte convinte di poter dimostrare come “la regola” sia dalla loro parte.
In questa realtà confusa si può raccontare alla maggioranza delle persone qualunque versione dei fatti e chiunque può trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo. Da qui l’importanza, comunque, dell’informazione.
Quanto all’economia, il problema del mondo evoluto è, oggi, quello di produrre i beni necessari? O, invece, è quello di produrne di meno? Un grosso problema è costituito dal fatto che chi produce troppo preferisca un’altra soluzione del problema: cioè che qualcuno consumi di più. Da qui, certamente, l’alimentarsi del fenomeno del consumismo.
Il problema dell’Africa è quello di una sostanziale carenza di mezzi di sussistenza, ovvero è quello di una quasi assoluta carenza di tecnologia applicata?
Oggi “fare gol” in economia può consistere nel produrre un bene o un servizio che certamente sarà venduto ad un prezzo moltissime volte maggiore rispetto al costo di produzione. Attenti che stiamo (o staremmo) parlando di “economia aziendale”: ma come definire azienda un’organizzazione che si propone di creare una domanda enorme, a livello mondiale, di un certo bene e creare i presupposti politici perchè tale bene sia acquistato e pagato “per legge” con gli enormi capitali che il fisco rastrella dappertutto? Qualcosa del genere sta avvenendo, tra l’altro, per le pale eoliche, la cui produzione di corrente è ben difficile (impossibile in Sicilia) armonizzare con gli altrui tipi di produzione.
Da qui il dilemma: l’amore professato per forme di socialismo o statalismo, ad alto livello imprenditoriale e bancario, è frutto di amore e carità verso il bene della società civile, ovvero è visibilmente frutto di una scelta precisa?
A livello politico ci si è resi conto, una ventina d’anni or sono, che forme troppo avanzate di democrazia, rendono difficile, se non impossibile, ma certamente precaria, l’efficienza della macchina pubblica. Da qui forme di semplificazione dei sistemi elettorali, premi di maggioranza, che sono chiarissimi e riconoscibili “passi indietro” sul terreno della democratizzazione. Perché oggi si grida allo scandalo, se avviene esattamente ciò che era stato voluto. Che il sistema precedente non funzionasse lo avevano dimostrato 50 anni di storia, perché si vuole che il nuovo modo di gestire la cosa pubblica dimostri la propria efficienza in 5 mesi?
Del resto, fra un tipo di stato che vuol moltiplicare i propri poteri e uno che vuol limitarli non è difficile capire – almeno stavolta – quale sia il più “morale”. A noi sembra, che se lo stato vuole accrescere lo statalismo, si cada nel caso in cui “Cicero certat pro domo sua” e che, già a prima vista, non ci voglia Salomone per capire che quello che vuol auto limitarsi, dopo decenni di sprechi, che hanno mandato a rotoli la finanza pubblica, sia più “onesto”.
Ma occorre anche avere cognizione che mai tutta l’onestà possa stare da una sola parte. Per il semplice motivo che questo “almeno fino ad oggi” non fa parte della realtà naturale.
Come si vede, abbiamo anche scoperto alcune carte che rivelano la nostra “mentalità”, non trincerandoci dietro massime asettiche come “i fatti separati dalle opinioni”. Noi scegliamo di comunicare ciò che “crediamo di aver capito” nel marasma degli eventi. Occorre – secondo noi – rassegnarsi che separare i fatti dalle opinioni non è possibile. Per di più non è neppure utile. Pertanto noi invitiamo tutti a diffidare da coloro che si trincerano dietro un’apparente obiettività: può essere solo la capacità di discernimento del lettore, cioè la sua cultura, oltre che il suo gusto, a sceverare la verità dalla menzogna. Con margini di probabili errori cui pure dobbiamo rassegnarci.
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