Verrà finalmente il giorno della chiarezza e della concretezza? O disputeremo ancora su vaghe questioni di principio, sul summum jus (summa iniuria) di un mondo futuro, dalle leggi perfette, dimenticando di coltivare il presente? Ma come prepareremo il futuro, se il presente non funziona? Quanto alla chiarezza, in questo mondo che afferma di essere laico, ma è strettamente confessionale, che dà per certa la morte delle ideologie, ma ragiona ideologicamente, occorre individuare quale delle due (perché 2 sono) sia la giusta chiave di lettura. Perché qui, per eccezione, “tertium non datur”.
Lo diciamo proprio noi che puntiamo il dito su quei falsi moralisti e sui cattivi maestri, che hanno apparente buon gioco nello scovare il male dappertutto, come se il bene esistesse in natura privo di limiti e difetti. Oggi, però, nella feroce dicotomia delle posizioni, non può darsi che la verità stia nel mezzo. Ciò resta vero in linea generale (evitiamo la parola ideale), ma non quando c’è una parte che …sta barando. Essa rinvia tutto a scelte lontane nella logica, nello spazio e nel tempo o a iniziative dai risultati non misurabili. Nel frattempo, soffriamo di problemi odierni e presenti: ora e qui. Materiali e morali.
Una cosa, infatti, è promettere scelte di natura impalpabile, come si volessero risolvere dolori del tipo del Giovane Werther, o …i guai di paesi lontani o, ancora, i rischi del mondo fra migliaia di anni.
Ben altro è lavorare per sanare i bilanci dello stato dissestati, qui e oggi, da decenni di scelte sbagliate. Perché populiste e demagogiche. Ben altro è, anche, progettare strade, acquedotti, ospedali, scuole, palestre e ponti (pontefice è, nell’etimo, il costruttore di ponti).
C’è una parte che offre decisioni che allo stato non costano niente e/o altre di cui nessuno può misurare l’efficacia. E tace così almeno due verità: che la morale del popolo non si redime “per legge” e che gli stati in dissesto con la propria finanza e, peggio ancora, con l’economia, non possono mai aiutare né il proprio popolo, né, tanto meno, quelli circonvicini. E, se è vero che l’immigrazione selvaggia danneggia anch’essa l’economia, è anche sacrosanto che una nazione dall’economia a pezzi tanto meno potrà aiutare il sottosviluppo altrui. Ecco perché limitare l’immigrazione, come fanno del resto gli stati economicamente più forti – Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda… – anche nei confronti degli europei.
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