Non c’è pace per la pesca nel Mediterraneo e a farne le spese è soprattutto la pesca siciliana, autorevolmente guidata da quella mazarese, cui si accompagnano anche altre comunità, come Sciacca e Porticello. Tutte insieme formano la flotta più grande fra le regioni italiane. Ma la crisi c’è, è forte e – in parallelo a quella agricola – è una crisi di redditività, sulla quale pesa anzitutto il caro carburante sul terreno dei costi, cui si somma in tema di mercato la presenza di prodotti stranieri meno pregiati e a prezzo concorrenziale. Infine, giunge la politica europea (Ue), che finisce per essere, non sempre a torto, addirittura la maggior “imputata” del momento.
A fine Marzo il Distretto produttivo della pesca si è accreditato, fra gli altri, il merito di aver portato in Sicilia magna pars della Commissione Pesca del parlamento europeo, guidata dalla presidente Carmen Fraga.
Una prima giornata è trascorsa presso la sede dell’Iamc-Cnr (Istituto per l’ambiente marino costiero) di Capo Granitola, che ospita l’Osservatorio della pesca in Mediterraneo, dove a fare gli onori di casa sono stati il direttore Salvo Mazzola e il coordinatore dell’Osservatorio ingegner Giuseppe Pernice, oltre che il presidente della Cosvap Giovanni Tumbiolo. Cioè l’usuale motore dell’intera macchina organizzativa.
Troppo grandi e incredibilmente svariati e complessi sono i problemi della pesca, a fronte del prevalere di una mentalità fobica nei confronti di una ritenuta “difesa ad oltranza” dell’ambiente marino, cui l’Ue è particolarmente sensibile.
Ambienti marini diversi, tipologie di fauna e di pesca difformi, attrezzi differenti, addirittura sconosciuti, da una marineria all’altra… Anche in queste due giornate, infatti, si è parlato al contempo dei pescatori del Baltico e di quelli del Canale di Sicilia.
Eppure si apprende che, se le difficoltà dei mazaresi e dei loro conterranei sono grandi, anche i colleghi del Baltico hanno le loro storie da raccontare e, in particolare, quest’anno sono rimasti fermi perché l’intero mare si è trovato sotto la morsa del ghiaccio per oltre tre mesi.
Ciò emerge presto dalle parole di Carmen Fraga, certamente donna di gran classe e anche buon politico, che esordisce ammonendo che la convinzione in Ue è, invece, quella di aver normato poco e che la salvaguardia della fauna marina è al centro della sua politica. La signora Fraga, spagnola, ma della costa atlantica, è andata tuttavia sciogliendosi nel corso delle due giornate, assieme agli altri rappresentanti. Ciò sulla spinta di quanto esposto accoratamente dagli esperti del settore, tecnici, sindacalisti, politici, che il Distretto pesca aveva accuratamente riunito. Ma poi erano stati direttamente alcuni pescatori a farsi sentire, dopo aver anche inscenato una protesta all’insegna di una colorita, ma non astratta richiesta: “vengano i membri della commissione a bordo dei nostri pescherecci e vedano di persona quali sono i nostri problemi…”
Traspare sempre più che, fra grandezza delle maglie delle reti, distanza dalla costa, profondità del mare, tipologia di attrezzi da usare o non usare, non c’è alcuna uniformità fra le varie realtà pescherecce. E, a voler legiferare fidandosi genericamente di questi parametri – come, chiariamo subito, l’Ue ha fatto più volte – si commettono gravi ingiustizie. Ma, addirittura, si rischia di mettere al tappeto intere marinerie e con esse un patrimonio sociale, ma anche storico e antropologico di immenso valore.
Fra gli attrezzi da pesca messi al bando figura, ad esempio, la rete detta ferrettara. Ebbene, si rileva tecnicamente come …la limitazione imposta dal regolamento europeo (n 138/98 art 11) non nasca da una valutazione di impatto sulle specie protette, anche perché su questo tipo di attrezzo nessuno studio è stato attuato. Si è proceduto, invece, sulla scorta di informazioni vaghe e sostanzialmente infondate…
A proposito di una temuta legge che vieterebbe genericamente la grandezza delle maglie al di sotto dei 50 mm, proprio il comandante del peschereccio Luna Rossa, di recente sequestrato in Libia, Domenico Asaro, ci ha fatto notare come molte specie dei nostri mari non raggiungano dimensioni maggiori neppure allo stato adulto. Quindi, sarebbero destinate a sfuggire per sempre dalle reti.
Lo stesso Asaro ci ha sottolineato come nella Sirte il governo Gheddafi spinga le acque territoriali fino a 70 MM e Malta ne pretenda 25 (i trattati internazionali ne prevedono 12, ndr). Resta poco spazio nel Canale e si riduce ancora se si pensa ai divieti sottocosta, ai fondali bassi che al momento non sono redditizi perché troppo sfruttati e a quello troppo alti, rispetto ai 500 – 800 metri attorno ai quali i mazaresi pescano oggi il gambero rosso.
Si è parlato anche del tonno rosso e dell’imminente decisione di considerarlo specie in via di estinzione. Ma fino ad oggi nessuno ha bloccato i giapponesi e i coreani che lo pescano in Mediterraneo a tonnellate, senza essere sottoposti ai controlli cui invece vanno soggetti i pescatori mediterranei. Dell’Ue in particolare. Da qui l’opinione che un certo tipo di pesca in scala ridotta dovrebbe essere sempre consentita, così come la pesca casuale non dovrebbe concludersi con l’obbligo di ributtare il pesce in mare… Pur con i controlli del caso.
Ma di controlli in mare in Italia non ne mancano. Come i “tamponi" eseguiti a bordo dai Nas, anche se l’igiene è fra le peculiarità in cui più si affinano i mazaresi, per garantire la migliore conservazione del pescato anzitutto a se stessi, al fine di presentare sul mercato un prodotto sempre più pregiato e apprezzabile.
Ma tutti i paesi non europei, del Magreb in particolare, osservano norme meno rigide e gravose, rispetto a quelle imposte dall’Ue sullo stesso mare: il Mediterraneo comune a tutti. Da qui l’importanza e la qualità del lavoro svolto in questi anni dal Distretto della Pesca di Mazara per giungere ad accordi interfrontalieri che prescindano dall’appartenenza all’Ue.
Alla fine,nella lunga conclusione di Carmen Fraga, apparsa anch’essa abbastanza accorata, nel garantire nuova attenzione e nuovi incontri diretti a breve termine, si è affermata – anche nelle parole del francese Alain Cadet e della portoghese Maria Patrao – la necessità di restituire potere discrezionale e decisionale alle regioni e di trattare immediatamente il problema presso il Consiglio regionale europeo. Ma Cadet ha parlato, inoltre, di imporre dei diritti doganali sul pescato proveniente dagli oceani. Obbiettivi politici impegnativi. …In proposito, però, grazie alle novità del trattato di Lisbona, si può confidare adesso sul Consiglio europeo (Cadet).
La signora Fraga, si è impegnata a portare un preciso messaggio al commissario europeo per la pesca, signora Maria Damanki.
Gli altri consiglieri presenti in commissione erano il tedesco Werner Kuhn, la bulgara Iliana Iotova e, di particolare rilievo, il siciliano Antonello Antinoro. L’onorevole palermitano ha evidenziato gli ottimi rapporti che lo legano agli altri componenti della Commissione. Ha parlato con veemenza e decisone nei confronti dell’Ue, a proposito di ricondurre una serie di decisioni alle realtà locali.
Nel corso della prima giornata, il contrammiraglio Domenico Passero, definendosi implacabile nell’attività di controllo ha, però, garantito che proprio per questo farà sentire anche la propria voce perché le norme divengano più giuste e siano realmente applicabili ai destinatari.
Mimmo Targia, esperto funzionario dell’Assessorato alla pesca, ha esortato al termine della prima giornata a destinare riunioni specifiche per focalizzare i singoli problemi. Tale è, infatti, come si è notato, la complessità del settore, che presenta un volto tormentato anche sul terreno economico e finanziario, illustrato dal professor Vincenzo Fazio, sempre nella prima giornata.
Infine, l’assessore alla Pesca Titti Bufardeci, uomo di mare al di là dell’incarico stesso, ha garantito l’impegno del governo regionale e suo personale.
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