Carlo Lucarelli, emiliano di Parma, autore di gialli e conduttore del programma televisivo Blu notte, sul Ponte sullo Stretto afferma: "Non unisce due coste ma due cosche. Non ci sono soldi? E allora perché non destinarli ad altre priorità. Quel ponte rinviamolo un attimo: servono asili, scuole, ferrovie, strutture che diano il senso della comunità. Ci vuole coerenza tra il dire e il fare"
Ma Carlo Lucarelli non sa ( o fa finta di non sapere) che: continuare a bloccare le infrastrutture al sud equivale a lasciarle alle cosche e al degrado perenne, che il denaro che non fosse adoperato per il ponte non sarebbe mai usato per altre opere che, del resto, non sarebbero più considerate utili. Se la Sicilia ( e il sud) competono col nord e col resto del mondo si evolvono e si dotano di tutto quel che serve al territorio, viceversa tutto resta com’è. Al tempo di Prodi non venne portato avanti per il sud neppure un progetto, né per strade, né per ferrovie, né bonifiche, e tanto meno per scuole e asili. Fu persino bloccato il centro di ricerca medica di Carini che si collegava all’Ismett di Palermo e prevedeva l’assunzione di 400 persone.
Caro Lucarelli, la verità è un’altra: la mafia si combatte con le opere, creando lavoro onesto e non con discorsi demagogici che lasciano tutto com’è. Se non costruiamo il ponte sullo Stretto la mafia e la camorra continueranno a prosperare, mentre i nostri imprenditori saranno fuori mercato e i nostri giovani dovranno emigrare o lavorare per le cosche. La verità è che le mafie – siciliana e calabrese – vogliono ovunque la frammentazione territoriale, per una serie di motivi pratici e concreti. Odiano la rapida percorribilità, l’incontro facile fra uomini lontani e, assieme a tutto ciò, l’arrivo di una realtà evoluta e moderna. Stavamo per dire modernizzata.
I discorsi “alla Lucarelli”, infatti, nascondono il vero volto dell’Italia mafiosa: quella dei poteri forti, protetti da magistrati e media compiacenti, quella delle banche che non prestano soldi alle piccole imprese, quella delle associazioni culturali iperfinanziate, quella dei preti d’assalto, sempre alla ribalta. Quelli che …come son buoni loro! Nella migliore delle ipotesi a difesa dei Lucarelli, si può solo dire che di mafia non ne capiscono un’acca.
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Riforma dell’assegnazione dei beni confiscati ai mafiosi
Una voce antimafia contro la posizione di Libera
La finanziaria 2010 prevede la vendita per pubblico incanto dei beni confiscati ai mafiosi, di cui non si è potuta effettuare l’assegnazione sociale.
Don Ciotti, presidente di “Libera”: "Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra".
Antonio Giangrande, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, cui per la prima volta – lo ammettiamo – noi stessi diamo spazio nero su bianco, afferma invece: “I beni confiscati sono cosa di tutti, non degli apparati appoggiati dalla sinistra. Basta favoritismi ed ipocrisie. Ben venga la riforma. I proventi della vendita dei beni non assegnati vadano a finanziare i bisogni della Giustizia e non essere un peso al bilancio dello Stato”.
“Libera”, è un coordinamento di oltre 1500 associazioni o comitati locali, che spesso si appoggiano presso le sedi ARCI, ACLI, CGIL. Essi sono assegnatari dei beni confiscati e beneficiari dei finanziamenti per la fruizione e la funzionalità di immobili ed aziende. Loro santificano i magistrati e sono appoggiati dall’apparato dei media, dei docenti, degli intellettuali, dei politici e dei magistrati di sinistra. Con un apparato del genere e con molte Giunte che la sovvenzionano, “Libera” non ha bisogno di elemosinare sostegno, finanziamenti e visibilità.
La “Associazione Contro Tutte le Mafie” è invece un sodalizio nazionale composito, che studia ed approfondisce le tematiche sociali soggette a disuguaglianza ed ingiustizia: insomma, rileva le illegalità più recondite.rispetto a ciò che ripete fino all’eccesso l’informazione tradizionale. La cronaca diventa “sociologia storica”: una nuova disciplina accademica che merita di essere studiata.
Come sodalizio nazionale antimafia sono costretti ad essere iscritti solo presso la Prefettura della sede legale. Ciò li fa apparire territoriali, mentre invece sono a tutti gli effetti un sodalizio nazionale. Sono il contraltare in Italia di “Libera” di Don Ciotti. Tutti amano definirsi liberi e parlano di Libertà: sia giovinezza che avanti popolo concludono l’una “il fascismo è la salvezza della nostra libertà”, l’altro “evviva il comunismo e la libertà”. Appropriarsi dei termini è facile, in assenza di copyright. Ma le parole dovrebbero avere un significato. Di che libertà parlano fascisti, comunisti e don Ciotti? Solo di quella che lascia liberi loro ed esclude gli altri. I ponti, dal latino pontifex, sono opere da “operibus credite” che sono al servizio della libertà di tutti. E questo è ciò che conta.
“Noi non siamo di sinistra – dice il presidente Antonio Giangrande – ma vogliamo portare all’attenzione della collettività una verità alternativa a quella della sinistra militante dove vige il motto: La mafia sono gli altri e nessuno tocchi gli “Dei” magistrati. Noi non abbiamo visibilità, né sostegno, perché palesiamo una verità eclatante: la mafia è l’istituzione che collude i media che tacciono e i cittadini che emulano. Mafie, lobbies, caste e massonerie gestiscono la nostra vita. E ne riportiamo gli esempi sui nostri siti e per sunto nel libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”.
Noi non siamo tanto forti da rompere questo muro di gomma erto dalla “inteligentia” e dagli apparati di sinistra, ma siamo forti della nostra ragione. Per questo diciamo che i beni dei mafiosi, devono essere “cosa di tutti” e non “cosa di sinistra”. O, come è sfuggito a dire proprio a don Ciotti, sono cosa nostra. Un lapsus decisamente freudiano.
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