Mi pare sia stato Cicerone. Fra le tante cose, si meravigliava che un aruspice, vedendo un altro aruspice non scoppiasse a ridere. Di nemici della superstizione e della stessa “religio”, di laici da far invidia ai radicali più accaniti, è piena l’antichità e, fra i romani, basti pensare a Lucrezio. Ma qui il laicismo cui stiamo pensando è un laicismo che ci lasci fuori dalla “casta” politica. E chi dovrebbe scoppiare a ridere, vedendo un suo simile, dovrebbe essere un politico.
Tutti questi pensieri, che possono sembrare persino ovvi, ci affollano la testa in occasioni come la commemorazione del povero e valoroso Paolo Borsellino.
Quella che offende lo stesso senso del pudore è la tracotanza con la quale esimie “cariche” dello Stato si producono in veri e propri exploit, se non in raid della faccia tosta con affermazioni del genere: “sì, in effetti, sono convinto che non si sia fatto abbastanza per appurare la verità…”
“Ah sì? E, se ciò è avvenuto in questo e in altre millanta situazioni o casi, a partire da Falcone, non è forse per colpa di uomini politici della casta cui anche tu appartieni? Non sarebbe toccato a quelli come, per primi, a fare di tutto e di più?”
Quali sarebbero questi “pezzi deviati” dello Stato che non sono lo stato stesso. L’arrampicarsi sugli specchi, per schivare la verità, mistificarla, nasconderla, sgusciare, sgattaiolare dalla porta di servizio, di fronte a fatti seri e gravi come la morte di tanti giudici. Perché la fine di Falcone e Borsellino, se una caratteristica peculiare ha, è quella dell’azione esemplare, truculenta, l’inaudita violenza, ma la morte di tanti altri giudici e commissari, da Terranova a Cassarà, non è poi tanto meno grave. La morte è morte.
Ma, ripetiamo ancora una volta: c’è un altro “di più”. C’è qualcuno che ha dubbi sulla mano pubblica nella morte di Falcone e Borsellino? E poi c’è il caso del giudice Carlo Palermo, un altro dei più temerari magistrati del dopoguerra, che non è morto fisicamente, ma ha visto distruggere la propria vita. Come si fa a lasciare circolare il libretto, meno di un pamphlet nelle dimensioni, poco più di un diario, in cui Carlo Palermo descrive come “lo Stato” gli assegnava a Trapani una macchina rabberciata, nella quale non funzionavano neanche le sicure, fino all’esplosione che, anziché uccidere lui, fece saltare per aria la mamma con bambino che si recava a scuola?
La faccia tosta, sommata alla saccenteria dei politici, “bandiere di cannavazzo” che parlano di molare, di pezzi dello stato. Ma tutto è fatto di pezzi. I pezzi dello stato, ad un certo livello sono lo stato,. Che si vuol dire dunque? Che non ci fu l’unanimità? Siamo di fronte ad un altro artifizio degno della peggior Bisanzio che ci ricorda il reato di …partecipazione esterna ad associazione mafiosa. E no, signori miei! Mafioso o lo si o non lo si è. Non si è mai esterni alla mafia, partecipandovi. Ma l’artifizio somiglia all’automutilazione di certi animali, come i polpi. E’ proprio, vedi caso, la piovra che rinunzia a un tentacolo che certo le ricrescerà presto, per salvare il proprio corpo. Non esistono pezzi dello stato che non siano stato, come non esistono pezzi della mafia che non siano mafia. Lo si dovrebbe dire una volta per tutte. Ma si gioca in Italia a …stare al gioco, ad accettare i bizantinismi come fossero assiomi, postulati e persino teoremi.
La morte di Borsellino è più grave di quella di Falcone nella misura in cui è ancora più sfacciata la presenza della mano esterna alla mafia come la si dipinge, a quella del Padrino, parte prima, seconda e terza, alla mafia dei Riina, dei Santapaola, di Gomorra e della Ndrangheta calabrese. Della mafia che sta al di sopra della mafia e se ne fa garante, mandante, committente.
E lì che troviamo anche il peggio di ciò che disse Dalla Chiesa. Cioè la mafia vigliacca che lancia il sasso e meglio nasconde la mano. Ma, a margine di tutto, resta l’osservazione seguente: le morti di Falcone e Borsellino puzzano di alte e altre connivenze – rispetto a tante altre similari – sin dal primo istante.
Germano Scargiali
Un candido j’accuse ai voltagabbana e ai saccenti politici, che non esitano a trinciare giudizi su come si sia proceduto ad appurare la verità – anzi a non appurarla – in casi come quelli di Flacone e Borsellino. Come se fossero una “eccezione”. E Moro? E i “millanta” altri casi puntualmente restati senza spiegazione e senza un colpevole? Ma c’è ancora di peggio: sono stati accusati vari innocenti e schiaffati in cella col 41 bis. Qualcuno di è suicidato, qualche altro si è vista distruggere reputazione e la sua stessa vita. E sorge più che legittimo il dubbio che le frettolose incriminazioni sono dovute alla necessità di “dimostrare” che “qualcosa” si stesse facendo: Atroce! Vergogna, schifosi!
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