Il tempo fa giustizia velocemente nel mondo moderno. Si dimostra, ormai, come occorra dare pronto e pieno appoggio a chi cerchi di portare a termine un’opera. Specie nel campo dei porti turistici. Costruire è l’arte più difficile in Italia e in Sicilia. Perché le maggiori difficoltà le incontrano proprio i migliori di noi. Motomar e Marina Villa Igiea hanno oggi un bilancio risanato, ingenti restauri portati a termine, ma quante difficoltà ha incontrato il manager Gioacchino Guccione…
Se poi ci si chiede, approfondendo l’indagine, da che parte vengano i famosi “bastoni fra le ruote”, ci si imbatte negli assessorati e nelle soprintendenze (che in Sicilia si moltiplicano) o negli enti che sarebbero preposti nientemeno che ad incentivare il turismo, quello nautico in particolare, lo sviluppo e via dicendo.
Se Balestrate tardava ad andare in gestione, ma adesso tarda a mettere mano al lavoro, ecco che Motomar e Marina Villa Igiea – che in due detengono il 49% della società, dopo aver vinto la gara d’appalto, facendo fuori l’emergente Morace (Ustica Lines) – ci si accorge che i problemi li pone Italia Navigando. Non bastavano i siciliani stessi… Così, dopo aver superato il muro del ridicolo si supera quello dell’assurdo: un porto pronto da anni, realizzato con i fondi europei, che tutti dicono vadano sprecati (anche quando non è vero) rimane nell’abbandono. Nulla cambia.
Frattanto, la locale delegazione della capitaneria fa multe salate a chi, alla meglio, lega le cime a terra, comunque in acque protette.
Il Comune balestratese non riesce ad illuminare il porto e l’Hotel Marina Holiday si stanca di prestare luce e acqua a chi utilizza la struttura fra una multa e l’altra. Anzi, pare che la multa più salata l’abbia pagata proprio il signor Palazzolo, il lungimirante proprietario dell’hotel, quello che prestava gratis acqua e luce… Colui che attende, nella perfezione dell’arredo realizzato con soldi propri, che il territorio tutt’intorno si renda “decente”.
Storie di normale isolanità siciliana, ma anche di riottosità nazionale, nel caso della famosa – ormai – Italia Navigando. Ma più famosa nel male che nel bene. Che cos’è, spesso, se non un mero marchio? Di qualità? Nessuno ci crede. Almeno per quel che qui al Sud vedono i nostri occhi e ascoltano le nostre orecchie. E la Sicilia è un posto …d’onore. Non tanto perché è patria degli uomini d’onore, quanto perché è l’astro nascente, l’eterna promessa di qualcosa che solo da due o tre anni chiamiamo – finalmente – turismo nautico, ma che tale non è per la legge sull’Iva (ancora al 20%, mentre il turismo ne paga la metà, comunque più che in Francia e Spagna). Errata è l’applicazione che ne fa la burocrazia nazionale. Mentre al Salone di Genova ancora tre anni or sono in un convegno dell’Elba si parlava di escursionismo nautico: una “roba” da boy scout, insomma, una arcana attività, in cui Croazia, Turchia, dopo mamma Grecia, ci hanno, però, surclassato! Lì i turisti li chiamano turisti.
Frattanto, il porto della pubblica amministrazione, perché tale è ai nostri occhi l’Autorità Portuale – cioè Sant’Erasmo di Palermo – trova nemici giurati anche nella stessa p.a.
Superato l’ennesimo confronto con la Soprintendenza ai monumenti – pardon, ai beni culturali e ambientali – incontra, sul ring della lotta senza quartiere, un ulteriore avversario di turno: la Soprintendenza del mare, recentissima invenzione del siculo perfezionismo. E’ quello dell’ottusa legge Galasso. E quello che non ha capito che le coste sono qui sabbiose, lì a strapiombo, che non sa che cosa sia una struttura “per la diretta fruizione del mare”. Secondo la più ristretta interpretazione, tale struttura si ridurrebbe all’ombrellone. Ecco l’Isola ancorata al sottosviluppo, al nulla, ovvero all’abusivismo dilagante. Perché, laddove lo Stato dice no a tutto, ecco che prosperano l’abuso, la protesa e anche ...la mafia. Perché quest’ultima i permessi “li dà” e le cose, quando c’è “quel sì”, si fanno. Ecco il poco che si vede… Ciò che si teme realmente è l’evoluzione, il progresso, la civiltà.
Nel golfo di Castellammare, frattanto, anche Trappeto vuole il proprio porto e ne ha pieno diritto. Qui sono i pescatori e il Comune che stanno lottando, perché il solito “braccio a maestrale”, da eterna incompiuta, divenga un rifugio, un porticciolo turistico e peschereccio. Così i pescatori locali, anziché tenere le barche altrove, le ormeggeranno finalmente vicino casa. Saranno, forse, troppi i porti nel golfo, famoso per la bellezza e per la itticoltura? Vi si “coltiva” dal tonno rosso, gigante del mare, fino alle piccole ostriche. Ma anche il mare, da sé, non è mai stato avaro.
Troppi porti, dunque, in questo golfo? Troppi gli alberghi? Non sarà mai così, finché i turisti non avranno la convinzione – se non proprio la certezza – che, giungendo in aereo a punta Raisi, non trovino una bella stanza ove alloggiare e un posto barca ove tenere uno yacht all’ormeggio. Fino ad oggi, dopo decenni di parole, l’ospitalità nel golfo non è certa, né buona, né, soprattutto, sufficiente.
Però, nonostante tutto, i porti siciliani non sono più l’araba fenicie: Riposto e Marina di Ragusa sono gli ultimi nati e lavorano. Mentre a Sant’Agata, Licata, Siracusa, Porto Palo di Menfi i lavori procedono. Ovunque lavorano operatori alacri e ben attrezzati. I disfattisti hanno ogni giorno di più partita persa.
Germano Scargiali
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