Ancora una volta riunioni programmatiche o, come dicono i giuristi, “de iure condendo” a proposito di coste e, quindi, di demanio marittimo in Sicilia. A Taormina sono state presentate nei giorni scorsi le Linee guida del Piano di Gestione delle Coste dell’Isola. Vastissima, alla vigilia, la presentazione dell’evento, ridottissime, come prevedibile, le cronache e i resoconti. Al minimo i presenti in sala, nonostante i tanti politici “promessi”.
Si continua a rimestare nel mortaio l’acqua stantia di un problema che si dibatte da anni, mentre altri – cioè i concorrenti – operano, agiscono. Si parla di nuove politiche, ma quando mai abbiamo attuato le vecchie? I discorsi, in realtà, si susseguono quasi identici da decenni, con allarmante ripetitività. Frattanto anche la Regione riscuote dal demanio cifre ridicole (7 volte meno soldi dell’Emilia Romagna che ha 7 volte meno coste).
Eppure pochissimi anni or sono l’assessorato al Territorio (c’era F.Cascio), il maggior competente in materia, aveva già dettato le norme per l’assegnazione del demanio marittimo e invitato i comuni costieri ad inviare i piani particolareggiati, prevedendo anche di metterli in mora entro pochi mesi: cioè, se non avessero presentato la propria documentazione, l’Assessorato avrebbe provveduto d’ufficio motu proprio. Vien da dire: così si governa!
Invece, a Taormina si è riparlato di continui e proficui interscambi di programmatiche vedute fra comuni e regione. Campa cavallo, insomma!
Frattanto ben sappiamo che, in tema di porti turistici, dopo l’entusiasmo succeduto alla ricezione, migliorata, delle norme sulla conferenza dei servizi e del tavolo di lavoro, tutto segna nuovamente il passo per l’immancabile ostruzionismo di qualche ufficio, che riesce, nonostante il rischio di omissione, a mettere in impasse le pratiche, facendo sì che soltanto imprenditori dalla volontà e dai mezzi persuasivi “a prova di bomba” possano portare a termine iniziative che, invece, dovrebbero moltiplicarsi nell’interesse della Sicilia. Creerebbero occupazione, indotto e volano.
Ma oggi come oggi in Sicilia servono urgentemente sul mare anche ristoranti, stabilimenti balneari e altri locali, diretti alla fruizione e all’utenza. Sarebbero addirittura provvidenziali in un territorio che manca di servizi. Laddove, se un turista volesse percorrere – per esempio – le “famose” strade del vino, rischia di non trovare lungo la via un posto decente dove prendere un caffè, una bibita o far colazione… E non pensiamo a quel bel locale, che troviamo in quell’angolo (spesso degradato), ma solo noi del luogo conosciamo e sappiamo trovare.
Tornando ai porti, abbiamo sotto gli occhi la situazione di tre porti. Due già parzialmente operanti, come Riposto sulla costa Ionica (Porto dell’Etna) e Castellammare del Golfo sulla costa tirrenica. L’altro è Balestrate, a poca distanza da Castellammare. Quest’ultimo è un raro caso di piena utilizzazione dei primi fondi Por (Ue), stanziati ed utilizzati. Grazie, aggiungiamo noi, ad un anziano sindaco, cui affibbiarono (anziché lodarlo) la fama di vecchio e decotto, ma resta il migliore degli ultimi anni. Il porto è pronto, ma non va in gestione.
Tali temi dovrebbero essere al centro di focose interrogazioni all’Ars e di appelli ad una presidenza della Regione che appare sempre in …tutt’altre faccende affaccendata. Invece, qui si parla di occupazione e sviluppo immediati. Si tratta solo di riscuotere i frutti di ciò che si è già creato! Si parla, invece di eterni programmi a venire, si ripetono le promesse stantie che ci hanno condotto dove siamo.
Quanto a Riposto e Castellammare, che cosa hanno dunque in comune? La risposta sembra strana: le gabbie. Sono i paletti con la rete metallica di terz’ordine che recingono nel “Porto dell’Etna” la metà non ancora assegnata, mentre a Castellammare circondano i nuovi manufatti per la messa in sicurezza, con la vaga accusa di …cemento impoverito. Questa è l’ultima trovata dei “nemici dei porti”, ma anche del progresso, dell’occupazione giovanile e dello sviluppo turistico.
Ci vuole cervello a disporre quelle gabbie in posti già frequentati da turisti qualificati: che cosa penseranno di noi? Ci vuole altro cervello a pensare che, se il cemento di una diga o di un molo non è a norma al 100% ciò costituisca pericolo per chi vi cammina sopra… Non vogliamo “uccidere un uomo morto”, cioè infierire sulla vecchia Sailem, ormai fallita. Ma i marinai di tutta la Sicilia scoppieranno a ridere: altro che impoverito! Se dovessimo esaminare la qualità del calcestruzzo dei porti siciliani dovremmo chiuderli immediatamente tutti. Ma teniamo conto che, nei paesi poveri (ricordiamo Kelibia), si costruiscono dighe foranee con soli massi di pietra, senza cemento. Eppure il terzo mondo, quello degli irrisi vo’ cumprà ci fa ormai concorrenza da tempo e con successo.
Germano Scargiali
Post new comment