Forse, dopo esser stati tanto corbellati” (verbo ottocentesco che fa il paio con …corbelleria) da media e conferenze, val la pena di ritornare sul problema merceologico, che vede in lizza prezzo e qualità. Soprattutto ora, con la …crisi. Occorre tornare alle lezioni sulla “formazione del prezzo” che già si tenevano 30 anni fa in Italia, in ritardo di 30 anni sugli Usa. Ebbene, la formazione del prezzo altro non è che uno studio teso, per ciascun prodotto, a stabilirne il prezzo di vendita sui singoli mercati. L’importo è il risultato di uno studio in cui il costo di produzione è un dato di partenza dal valore relativo. Decisamente relativo. E’ appena il caso di ricordare il senso della risposta che Gianni Agnelli fornì a chi gli rimproverava di vendere le sue macchine (la 127 allora) in Argentina ad un prezzo decisamente inferiore a quanto non la vendesse ai suoi “compatrioti”: gli Italiani. Disse con stretta correttezza di marketing l’Avvocato: “ogni mercato ha le proprie caratteristiche, le sue …regole”.
La formazione del prezzo dipende dalla immagine che si crea attorno al prodotto, alla pubblicità, ai canali di distribuzione. Slls concorrenza, alle potenzialità degli acquirenti in quel luogo... Un esempio: per impreziosire un prodotto (bottiglie di vino, caramelle balsamiche…) posso decidere di porle in vendita soltanto in negozi specializzati, con una veste ricercata e moltiplicare il prezzo per tre, quattro, cinque volte… Così avviene per tutti i cibi che mangiamo: salumi, formaggi, latte, burro… O il vestiario…
Al riguardo hanno convinto la gente ad andare in giro in scarpe di gomma e pantaloni di pezza, purché …adeguatamente firmati. E’ un segno – questo – del degrado culturale dei tempi. Cioè, questo sì, non altri, è segno della stupidità “coltivata” nella gente. Davanti a tutto ciò che è commestibile, il problema per molti di noi si complica parecchio. Vorremmo mangiare cose buone e sane. Ebbene, ripetiamo qui, come abbiamo fatto altre volte – forse un po’ di sfuggita – quel che abbiamo già detto: l’unica ancora di salvezza consiste nell’educarsi al …gusto delle cose buone. Al vero gusto, cioè. E non è assolutamente facile. Il secondo passo, quello di leggere attentamente l’etichetta, quello dell’osannata “filiera” è solo il secondo. Perché, parliamo chiaro: da un’ottima filiera popssono provenire fregature pari a quelle dei prodotti senza filiera. Così come è avvenuto per i prodotti biologici: si sono spesso dimostrati una truffa. Specie perché più costosi. Ma non erano di qualità superiore, tantomeno biologici. Pochissimo, infatti, può essere biologico in una realtà “normale” per ambiente, territorio, aria, acqua, sementi…
Ricordiamoci che, per avere un prodotto eccellente – per esempio in materia di vino, salmone, caviale, gallina faraona, lardo e culatelli, aceto balsamico – dobbiamo rassegnarci a pagare cifre molto alte e non il doppio di quanto costa il prodotto “comune”.
Ma il prodotto comune è spesso – nella regola – mangiabilissimo ed è solo il nostro palato e le nostre abitudini gastronomiche che possono dirci se è buono. Quindi, se ci piace, acquistarlo.
Un giorno chi scrive chiese ad un ricco signore che aveva a casa degli splendidi tappeti: “Compro questo? Le sembra persiano?” Rispose: “probabilmente non lo rivenderai mai, compralo se ti piace e se al tatto ti sembra sia roba buona”.
Infine, c’è da affrontare il problema della merce che costa pochissimo. Ci si può imbattere nel prodotto, nato come “merce di battaglia” per sgominare la concorrenza sin dal “via”. Con la standardizzazione della produzione, tale prodotto è diventato raro. Tranquilli, dunque: il prodotto di battaglia si ottiene oggi, come certi motori o computer “depotenziati”: mortificando l’involucro, i canali di distribuzione e la pubblicità. Si destinano al mercato “di battaglia” la sovrapproduzione, le rimanenze, la merce in sconto.
Il latte straniero, di massima, non è peggiore di quello italiano. E ve lo dice chi di sciovinismo potrebbe morirne. Conclusione: acquistate con più sicurezza e, risparmiate, quando potete. Non fatevi infinocchiare: l’inganno maggiore nasce per non svendere “tutto il prodotto” con margini ridotti sui costi effettivi.
(Questo pezzo è stato riportato dalla ns edizione cartacea - Palermoparla 85)
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