L'Italia non vince nè convince

A Venezia perde la squadra di Tornatore e Placido
di Gregorio Napoli
L'Italia non vince nè convince

Nel giornalismo quotidiano è invalsa l’abitudine di esaltare i film prima di averli visti. Intervistatori famosi e gazzettieri di basso conio, reporter in crisi ansiogena e primatisti della notizia, esperti di “colore” e pirati della Male/Sia si scatenano sulla passerella del divo in lussuosa agnizione sul “tappeto rosso” di questo o quel festival. Talvolta, codesti profeti del nulla sono generosamente ospitati nelle varie sedi delle molteplici Mostre, ed i loro viaggi, con vitto ed alloggio, gravano sul pubblico Erario, ossia sulle nostre tasche. La lista dei pirati è compilata, infatti dai funzionari di Enti regionali, provinciali o metropolitani, i cui rappresentanti sono eletti dal popolo. Siamo giusti: codesti Proconsoli scelgono, avvinghiano ed inviano non perché “male sia”(chiediamo venia per il ripetuto bisticcio di parole), bensì nell’illusione che dalle articolesse, o dalle sgangheratezze del web, abbiano a discendere profitti per i sudditi del Mecenate e rinsanguanti incassi per le quasi sempre asfittiche casse della Polis. Si tratta di una strategia poco realistica, poiché i Proconsoli non sono produttori di intraprese cinematografiche e, dunque, non vantano competenze specifiche; e non sono critici o storici della Settima Arte, benché alcuni siano “infiltrati” nelle così dette Commissioni. Il finanziamento preventivo non può ascriversi al normale rischio d’impresa, poiché gli Enti non sono capitani d’industria, ed i capricci ondivaghi del mercato dovrebbero essere saggiamente evitati. Quante perdite si sono, o si dovranno, allineare nella colonna del passivo? Quanti contenziosi sono stati già attivati, o stanno per esserlo? E di quale entità sarà l’ulteriore aggravio per la scarsella statale, regionale, provinciale o suburbana? Non lo sappiamo. Atteniamoci, pertanto, all’esito puramente estetico. E depuriamo le suaccennate domande da ogni ascendente reddituale. Avendo vissuto le giornate lagunari, fra il 2 ed il 12 settembre 2009, abbiamo verificato come il cinema italiano, tanto enfatizzato dagli osservatori prezzolati, non vince né convince. Senza fare nomi, omertosi come siamo, le megaproduzioni sono apparse tumultuose, in eccesso, ansimanti per accumulo di dati ed episodi, con propensione al bozzetto e rinuncia all’analisi storica. Lebanon, vincitore del Leone d’oro, si svolge nel ventre tragicamente amniotico di un carrarmato e, con la sincronizzazione della radioricevente, il gracidare di un’ogiva, l’annuncio biecamente sussurrato di una tortura falangista, dà contezza del feroce conflitto iniziato nel giugno 1982 dopo i bombardamenti israeliani sulla terra dei cedri. Il cineasta Samuel Maoz riscopre l’essenzialità dei fratelli Lumière, di Georges Méliès, di Piel Jutzi, smentendo il tocco epico/aggressivo di Tornatore e Michele Placido, ed ignorando l’intimismo/ipocondriaco di Francesca Comencini. La soave Shirin Neshat di Donne senza uomini, insignita del Leone in argento, traccia l’arduo passo dall’Iran dello Scià Reza Palhevi all’ordine nuovo, attraverso un delicato diario verso l’emancipazione femminile. Todd Solondz, Osella per la migliore sceneggiatura, traccia un titolo, La vita in tempo di guerra, e delinea il disagio e le angherie del Novecento col tocco della metafora. E Colin Firth, Coppa Volpi per A single man, lavora di fioretto recitando per sottrazione ed accordando “la parola al gesto, il gesto alla parola” secondo l’insegnamento di Amleto. Noi italiani urliamo e saliamo in tribuna. I giurati della 66.Mostra non ci giustificano. E fra di essi militano maestri della Decima Musa quali Ang Lee, Sergej Vladimirovic Bodrov, Joe Dante e Liliana Cavani. I pirati della Male/Sia hanno sgarrato l’arrembaggio. O, per meglio dire, hanno usato i grappini per issarsi sull’ammiraglia e divorare le risorse della cambusa.

Sat, 2009-10-17 09:23
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