Li chiamano “assegnisti di ricerca”, ma, di fatto, sono ricercatori a tempo determinato. Hanno alle spalle un lungo periodo di formazione che, solitamente, contempla, oltre agli anni di studio universitario, spesso conclusi con una laurea da 110 e lode, anche il triennio previsto per il Dottorato.
Oltre a svolgere attività di ricerca in tutto e per tutto uguale a quella dei cosiddetti “ricercatori” – che sono titolari di contratti a tempo indeterminato – assolvono, di norma, a funzioni di insegnamento e di valutazione, compiti che gli vengono attribuiti tramite contratti a tempo determinato, che sono o mal retribuiti o, addirittura, a titolo gratuito. Sono, in altri termini, alcuni dei migliori studiosi che, rimasti nell’ambito universitario con la “speranza” di farvi carriera, contano di trovarvi giusta sistemazione.
I rappresentanti del Movimento degli Assegnisti di Palermo si sono riuniti in occasione del workshop “Nella rete del sapere, ricerca, istituzioni e società in Sicilia” nella sala consiglio di Ingegneria, con la presenza e l’appoggio del Magnifico Rettore Roberto Lagalla e la partecipazione dell’assessore regionale all’Economia Gaetano Armao, del Preside di Ingegneria Fabrizio Micari, del Professor Marco Romano (Assessorato Attività produttive), del Dott. Maurizio Tosi (Assessorato Istruzione e formazione), di Eleonora Sanseverino (Delegato del Rettore per la Carta europea dei diritti dei ricercatori), di Fabio Tutrone (Rappresentante del Movimento degli assegnisti di Palermo), di Davide Corona (Ricercatore presso l’ateneo palermitano), e della moderatrice Laura Anello (Addetto stampa università di Palermo).
Si è notata, invece, l’assenza degli altri Rettori degli Atenei siciliani, che erano stati invitati dal Movimento degli assegnisti di Palermo.
L’assegnista (e non il dottore) di ricerca è considerato, all’estero, un professore a tutti gli effetti. Il dottore di ricerca, invece, è considerato come una persona che completa il proprio “sapere”, il bagaglio delle proprie cognizioni estendendo le conoscenze a campi di ricerca individuati nell’ambito della propria materia, ma non un docente.
In questo momento lo status di assegnista in Italia rischia di valere troppo poco: di fatto non vengono riconosciuti a dovere il lungo periodo di formazione e il lavoro dell’assegnista, che quasi sempre ha alle spalle, oltre al triennio di dottorato, anche due o quattro anni di assegno di ricerca, vari periodi di studio all’estero e partecipazioni a convegni, nazionali e internazionali. L’assegnista svolge, inoltre, solitamente, anche incarichi di docenza tramite contratti a tempo determinato. Tali incarichi comprendono lezioni, ricevimenti studenti, preparazione di test, interrogazioni per esami, elaborazione dei programmi dei corsi e partecipazione a Consigli di Corso di Laurea. Tutto questo lavoro, scarsamente o non del tutto retribuito, toglie tempo alla ricerca e non è neppure compensato con un punteggio da utilizzare per l’inserimento nei quadri dell’università o per insegnare nelle scuole pubbliche. Nel concreto, l’assegnista, pur ricoprendo un ruolo molto affine a quello del ricercatore a tempo indeterminato, non ha nessuna garanzia, nessun diritto a essere inquadrato all’interno dell’università, né alcun diritto come lavoratore dipendente (contributi pensionistici, diritto alla maternità retribuita, diritto alla tredicesima, etc.). Di fatto, l’assegnista rischia di concludere questo duro ciclo senza alcun diritto a una continuità lavorativa. Inoltre, si ritrova fuori dal mercato del lavoro in una fase critica: l’assegnista ha quasi sempre un’età superiore ai trentadue anni e spesso ha già una famiglia sulle spalle. Anziché essere valorizzato e agevolato a diventare un lavoratore a tempo indeterminato, con la legge Gelmini, si è pensato di eliminare del tutto la figura del ricercatore a tempo indeterminato, senza neppure assicurare agli assegnisti di ricerca una “corsia preferenziale” per diventare quanto meno titolari di un contratto triennale per ricercatori a tempo determinato. Nello specifico, l’assegnista rischia, addirittura, di essere scavalcato da semplici dottori di ricerca, che si trovano al gradino più basso nella scala dei valori e che, pure, possono provare un concorso per ricercatori. Pur non disconoscendone l’importanza, bisogna riconoscere soprattutto il valore degli “assegnisti”, che hanno due o quattro anni in più di esperienza lavorativa sia nell’ambito della ricerca che in quello dell’insegnamento (al dottorando non è consentito assolvere a incarichi di docenza). Bisogna, inoltre, far presente che, sostituendo continuamente le figure dei ricercatori senza garantirne la continuità lavorativa si penalizza la qualità della ricerca nella sua complessità, tornando sempre al punto di partenza.
L’Università ha, in verità, già scommesso proprio sugli assegnisti, pagando appunto gli assegni di ricerca, che non sono un vero e proprio compenso, ma una sorta di finanziamento allo studio. Tant’è vero che non sono neppure tassabili. La ricerca, anche se rappresenta un costo per lo stato, riveste un’importanza non indifferente per tutta la collettività e per gli studenti universitari. Svolge, poi, una funzione fondamentale per il mondo del lavoro e del sapere in generale.
Adesso, con la nuova normativa, le università potrebbero baipassare la figura dell’assegnista, spesso già quarantenne, e “attingere” direttamente anche fra i semplici dottori. Ne farebbero, comunque, con molte probabilità ed, in più casi, oggetto di mero “sfruttamento” nell’ambito degli atenei, laddove c’è bisogno di tutto, ma soprattutto del lavoro umano a basso, se non a bassissimo, costo. La qualità finale dell’ambito universitario nazionale diverrà ovviamente quella che si può desumere da questa situazione. Scenderà a valori molto bassi.
Il concetto di ricerca, del resto, è abusato in questi mesi ed è noto come sia oggetto di una decisa “deminutio” da parte del governo, laddove i risparmi vengono perseguiti ovunque se ne possano rinvenire le possibilità e le voci, indipendentemente dalla logica, dagli effetti sulla qualità dell’insegnamento e sulla preparazione dei laureati. Quale cultura offriranno gli atenei al mondo professionale ed a quello del lavoro non è dato sapere.
Dal punto di vista generale della pubblica amministrazione – leggasi ministeri e assessorati – il problema è, a grandi linee, quello di assicurare una buona formazione a lavoratori e professionisti, che si avvicinino ai desiderata della realtà lavorativa, cioè del mondo del lavoro. Invece, allo stato attuale, negli enti pubblici il personale è in larga parte costituito da semplici laureati e, molto spesso, da diplomati.
Si parla tanto di risparmio ma vogliamo tagliare a caso? Oppure vogliamo una pubblica amministrazione più efficiente e funzionale alle esigenze odierne? Sarebbe, allora decisamente auspicabile che lo stato, la regione, la provincia e il comune si avvalessero di persone altamente formate.
Si potrebbe anche pensare di assicurare agli assegnisti di ricerca un punteggio o, meglio, una corsia preferenziale per l’ingresso nel mondo della pubblica amministrazione, della scuola e, più in generale della formazione. Infine, anche la realtà imprenditoriale dovrebbe essere sensibilizzata e coinvolta nell’assunzione degli assegnisti e dei dottori di ricerca.
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